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“Dpcm illegittimi”. Lockdown, la clamorosa decisione della Procura di Imperia sui ricorsi

Pubblicato: 31/05/2024 13:36

Il 16 Gennaio del 2021, otto persone avevano partecipato a una “cena di protesta” contro le limitazioni volute dal governo Conte con il tanto discusso lockdown. La “riunione dei congiurati” si era tenuta in un ristorante di Sanremo, il Via Veneto, affiliato al movimento Io Apro. La protesta era rivolta principalmente contro il “coprifuoco” imposto a partire dalle ore 18, che penalizzava pesantemente gli esercizi commerciali e la ristorazione. I cittadini colpevoli di questa trasgressione erano stati multati dalle Forze dell’Ordine per 400 Euro ciascuno, e in seguito hanno deciso di presentare ricorso contro le contravvenzioni ricevute. Sabato scorso il giudice che si è occupato del caso presso il Tribunale di Imperia, Pasquale Longarini, ha emesso una sentenza a suo modo “storica”. E ha accolto il ricorso presentato dagli otto avventori, annullando le multe comminate nell’occasione. (continua dopo la foto)

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Particolarmente rilevante la motivazione con cui il magistrato ha spiegato nel provvedimento, datato 25 Maggio, la sua decisione. Nell’accogliere il ricorso presentato dall’Avvocato Marco Mori, Longarini ha scritto che “dalla lettura del DPCM e dal verbale del CTS, non emergono indicazioni di gravità e incidenza della diffusione del virus tali da rendere congrue, proporzionate e adeguate le misure adottate per l’attività di consumo di cibi e bevande nei luoghi pubblici o aperti al pubblico”. Aggiungendo poi “atteso che la detta prescrizione comprimeva diritti costituzionalmente tutelati, si rendeva necessario un adeguato impianto giustificativo”. Secondo il magistrato, la decisione di imporre il coprifuoco non era “supportata da dati scientifici precisi, nonché da spiegazioni tecniche in relazione al maggior rischio di diffusione del contagio nelle attività e negli orari non consentiti”. (continua dopo la foto)

Questa sentenza è importante non solo in riferimento al periodo preso in esame. Ma ha un valore di riferimento più ampio. Di primo acchito, smonta la narrazione costruita per giustificare chiusure e lockdown da parte del Governo allora in carica. E implicitamente sottolinea due cose: la prima. è che per abrogare diritti costituzionali deve esserci una motivazione forte e sostenuta da prove concrete. Non basta, ha scritto il giudice Longarini in merito a questo caso, “un generico riferimento all’evolversi della situazione epidemiologica”. La seconda, è che molte delle decisioni prese in periodo di Pandemia non furono dovute a certezze o studi scientifici, ma a decisioni politiche. Perciò questa sentenza potrebbe segnare uno spartiacque per limitare il potere di intervento delle autorità quando si tratta di limitare i diritti costituzionali dei cittadini. Gli interventi, se si riproporrà uno scenario simile, dovranno essere debitamente giustificati con dati precisi e non con richiami generici.

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