
È tornato in libertà Kilmar Armando Abrego Garcia, il 30enne salvadoregno diventato negli ultimi mesi il simbolo delle proteste contro gli arresti dell’Ice, le forze anti-immigrazione statunitensi. L’uomo è stato rilasciato da un carcere della Pennsylvania dopo una decisione giudiziaria che ha rimesso in discussione l’intera procedura adottata dall’amministrazione americana nei suoi confronti. Abrego Garcia è rientrato nel Maryland, dove vive e lavora, mentre sul caso continua a pesare lo scontro politico.
Secondo la giudice federale Paola Xinis, l’amministrazione Trump non avrebbe avuto i requisiti necessari per disporre la sua deportazione. Nel provvedimento, la togata ha evidenziato l’assenza di un atto formale che autorizzasse l’espulsione dell’uomo dal territorio statunitense. La Casa Bianca, che aveva presentato il suo arresto come un esempio di fermezza nella lotta all’immigrazione irregolare e alle gang sudamericane, ha annunciato l’intenzione di presentare ricorso, pur senza aver ancora attivato ufficialmente la procedura.

Dall’ingresso negli Stati Uniti all’arresto definito un “errore”
La storia di Abrego Garcia inizia molti anni fa. Entrato illegalmente negli Stati Uniti quando era ancora minorenne, aveva raggiunto il fratello, nel frattempo divenuto cittadino americano. Pur non ottenendo la residenza, alle autorità federali era stato consentito di rimanere e lavorare negli Usa, sotto monitoraggio dell’Ice. Una condizione precaria, ma regolare, che gli aveva permesso di costruirsi una vita nel Maryland.
Il 12 marzo 2025, al termine di un turno in una fabbrica metallurgica di Baltimora, il 30enne è stato arrestato. In seguito, la stessa amministrazione ha ammesso che si era trattato di un «errore amministrativo». Nonostante ciò, Abrego Garcia è stato trasferito e deportato in una prigione di massima sicurezza in El Salvador, con accuse pesantissime: favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e appartenenza alla gang MS-13.
Accuse respinte con forza dalla difesa, che ha ricordato come l’uomo fosse fuggito proprio dalla violenza delle bande armate. Secondo i suoi legali, la MS-13 «lo ha perseguitato, picchiato e minacciato di rapirlo e ucciderlo. Per costringere i suoi genitori a cedere alle loro crescenti richieste di estorsione».
La decisione del giudice e il precedente del 2019
Di fronte alle proteste e alle critiche sollevate dal caso, l’amministrazione aveva riportato Abrego Garcia negli Stati Uniti, ma mantenendolo in stato di detenzione. La svolta è arrivata la sera di giovedì 11 dicembre, quando la giudice Xinis ha disposto il rilascio immediato, rilevando che mancava qualsiasi ordine valido di espulsione.
Nel provvedimento, la magistrata ha ricordato anche un precedente fondamentale: già nel 2019 un giudice americano aveva riconosciuto al 30enne una protezione specifica contro la deportazione, ritenendolo a rischio di persecuzione nel suo Paese d’origine. «Non c’è alcuna base legale per detenere e allontanare Abrego», ha scritto Xinis. «La sua detenzione deve terminare».


