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“Sì, sì, sono eh…”. Garlasco, spunta l’audio segreto tra Alberto Stasi e l’ex avvocato

Pubblicato: 16/12/2025 11:00

Nel mare dei casi di cronaca che hanno segnato gli anni Duemila, il caso di Garlasco resta uno di quelli che non smettono mai davvero di far parlare. Una storia di provincia diventata, suo malgrado, un racconto nazionale: l’omicidio di Chiara Poggi, il 13 agosto 2007, nella villetta di famiglia, e la condanna definitiva del fidanzato Alberto Stasi. Ma oggi l’attenzione non è tanto sulla sentenza, quanto su una telefonata segreta che fa riaffiorare il lato più umano e fragile di quella vicenda.

In un’Italia che consuma true crime come fossero serie tv, questo audio torna a galla e ci riporta lì, in quei minuti frenetici e confusi, tra chiamate, spostamenti e decisioni prese a caldo. Un frammento di voce che, nonostante il verdetto ormai irrevocabile, continua a dividere e ad alimentare dubbi, domande, ricostruzioni.

Ritratto di Chiara Poggi, vittima del delitto di Garlasco

Un audio che sembra una scena di serie tv

Questa volta a riaccendere i riflettori sul delitto di Garlasco è stata una trasmissione televisiva di prima serata, capace di trasformare un vecchio incastro processuale in un nuovo caso mediatico. In un’epoca in cui le storie di cronaca diventano format e hashtag, l’audio viene riproposto come un tassello inedito, un “dietro le quinte” che promette di far riascoltare, letteralmente, uno dei momenti più discussi della vicenda.

Il contesto è quello già noto: sentenze definitive, perizie, ricostruzioni, lunghe battaglie giudiziarie. Eppure, il focus qui si sposta su un dettaglio quasi ossessivo, da binge-watching del crimine: quanto tempo è passato tra il momento in cui Stasi avrebbe visto il corpo di Chiara e la telefonata ai soccorsi?

La chiamata tra Stasi e il legale: una conversazione privata in tv

Tutto ruota intorno a una intercettazione esclusiva, mandata in onda nel corso di Quarta Repubblica, il programma condotto da Nicola Porro su Rete 4. Al centro, una telefonata privata che coinvolge Alberto Stasi, condannato per l’omicidio della ex fidanzata Chiara Poggi, trovata senza vita nella villetta di famiglia il 13 agosto 2007. Una conversazione che sembra uscita dalla sceneggiatura di un legal drama, ma che è realtà giudiziaria e vita vera.

La telefonata è tra Stasi e il suo ex avvocato Giarda, e si concentra su un punto preciso, quasi maniacale: il tempo. Quei minuti che separano l’ultimo squillo al telefono di Chiara dalla chiamata alla croce rossa. Un arco temporale minuscolo nella vita di chiunque, gigantesco in un processo per omicidio.

Immagine di Alberto Stasi durante una fase del processo

“Solo sei minuti?”: la domanda che cambia tutto

Nel dialogo, l’ex difensore fa ciò che qualsiasi spettatore farebbe guardando una ricostruzione in tv: chiede se i tempi raccontati siano davvero quelli. “Sto vedendo questo programma… Sono giusti i riferimenti dei minuti?”, domanda Giarda. La replica di Stasi è secca, quasi tecnica: “Sì, sono sei minuti, sul mio telefono sei minuti”.

Il legale insiste, come a voler capire cosa ci stia davvero dentro, in quei sei minuti: “Da quando tu fai l’ultimo squillo a quando chiami la croce rossa passano solo sei minuti?”. E di nuovo la risposta di Stasi è decisa, quasi a difendere non solo se stesso ma anche la versione del tempo: “Sì, sei minuti, loro dicevano ‘ma sicuramente sei rimasto di più in casa’ sembra, ma io sarà rimasto lì davvero pochi secondi, saranno stati venti secondi, trenta, cioè facevo i movimenti, li ho fatti tutti veloci”.

Esterno della villetta della famiglia Poggi a Garlasco

“Appena l’ho vista sono scappato via”: la versione emotiva di quei momenti

È nella parte finale della telefonata che l’audio diventa qualcosa di più di un dettaglio processuale e assume un tono quasi da confessione emotiva. Qui Stasi non parla più come imputato, ma come ragazzo che racconta un momento di choc. Descrive uno stato di confusione totale, paura, panico. Vuole respingere qualsiasi idea di freddezza o calcolo.

“Appena l’ho vista (Chiara, ndr) sono scappato via e ho chiamato quando ero in macchina. Cioè adesso poi le cognizioni sui tempi sono quelle che erano, non mi ricordavo nemmeno il numero civico della casa, ero completamente nel panico, non ho niente di inventato come al solito, dico sempre la verità”. Parole che, riascoltate oggi, suonano come un frammento sospeso: tra chi ci vede l’ennesima conferma dei dubbi e chi, invece, ci legge solo il racconto di una reazione istintiva.

Quando la cronaca diventa cultura pop (e non smette di fare male)

A distanza di anni, questo audio segreto continua a rimbalzare tra talk show, social e discussioni online. È il simbolo di come certi casi entrino nell’immaginario collettivo e non ne escano più, trasformandosi in materia da podcast, docu-serie, speciali tv. Il caso Garlasco, con le sue sentenze, le sue ombre e ora anche questa telefonata, è uno di quei racconti che l’Italia continua a riascoltare, come una traccia che non si riesce a togliere dalla playlist.

E così, tra minuti contati, frasi ripetute e ricordi di panico, l’intercettazione tra Alberto Stasi e l’ex avvocato Giarda rimane lì, sospesa: un pezzo di storia giudiziaria che la tv ha trasformato in oggetto pop, ma che per chi l’ha vissuta resta, prima di tutto, una ferita aperta.

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