
La resa arriva a notte fonda, quando nei corridoi di Palazzo Madama diventa chiaro che la manovra rischia di incepparsi proprio sul terreno più sensibile: le pensioni. Il governo prende atto della frattura politica e decide di arretrare, stralciando la doppia stretta previdenziale dal maxi-emendamento. Una scelta obbligata, maturata sotto il fuoco incrociato della Lega, che per tutta la giornata ha messo sotto pressione il Mef e il suo titolare Giancarlo Giorgetti, paradossalmente leghista ma sempre più isolato dentro il suo stesso partito.
L’annuncio dello stop arriva dalla voce del ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, che certifica lo strappo: gran parte dell’emendamento viene tolta dal testo della legge di bilancio. Salta così la revisione delle regole sull’uscita anticipata, dopo che il tentativo di mediazione del Tesoro – cancellare la penalizzazione sul riscatto della laurea, mantenendo però l’allungamento delle finestre pensionistiche – si è rivelato politicamente indigeribile.
Lo scontro interno alla maggioranza
A far deflagrare la tensione è il no secco della Lega, esplicitato senza ambiguità in commissione Bilancio. Claudio Borghi mette il veto parlando di un allungamento, anche solo formale, dell’età pensionabile che il partito non è disposto a votare. Il messaggio è diretto e ha un destinatario preciso: Giorgetti, accusato di aver forzato la mano sulla previdenza in nome dei conti pubblici.
Accanto a Borghi si muove il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo, che trasforma il malumore in un aut-aut politico durante l’ufficio di presidenza della commissione. Quando dal Mef arriva la conferma che non ci saranno ulteriori correzioni al testo già limato dai tecnici, la risposta è immediata: così l’emendamento non passa. Sullo sfondo, il pressing costante di Matteo Salvini, che detta la linea pubblicamente: niente penalizzazioni per chi ha riscattato la laurea e nessun allungamento dell’uscita dal lavoro.
Il parziale passo indietro del Tesoro non basta. La cancellazione della stretta sui riscatti viene giudicata un passo avanti, ma la permanenza delle finestre più lunghe per le pensioni anticipate diventa il simbolo di una distanza politica ormai evidente. Da qui la sconfessione del ministro dell’Economia e la scelta di togliere il pacchetto previdenziale dalla manovra.
Il rinvio e l’attacco delle opposizioni
Dopo ore di trattative, la via d’uscita prende la forma dello scorporo. Il maxi-emendamento viene alleggerito e restano solo le misure legate al Pnrr e all’iperammortamento per le imprese. I capitoli più divisivi, dai fondi per la Zes a Transizione 4.0, finiscono in un decreto annunciato per la prossima settimana. Anche le norme sulle pensioni vengono rinviate, spostando lo scontro fuori dalla legge di bilancio.
Le opposizioni colgono l’occasione per attaccare frontalmente l’esecutivo. Elly Schlein parla di incoerenza politica, mentre Raffaella Paita alza ulteriormente il tono, puntando il dito contro Giorgetti e evocando dimissioni immediate. Il risultato è una manovra che va avanti, ma con una ferita aperta nella maggioranza: sulle pensioni la Lega ha imposto il suo muro, costringendo il governo a fare un passo indietro che pesa politicamente più dei numeri in bilancio.


