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Dentro “Illustrazioni per l’uso”, intervista doppia a Maurizio Ceccato e Giuseppe Garrera

Pubblicato: 22/12/2025 17:38

Illustrazioni per l’uso nasce come un progetto visivo, ma finisce per diventare un campo di tensione tra parola e immagineironia e silenziospiegazione e svista. A confrontarsi sono Maurizio Ceccato, illustratore, graphic designer e autore “visivo e visionario”, che usa proverbi e bugiardini come materiali da sabotare, e Giuseppe Garrera, noto storico dell’arte, che in quelle immagini legge una critica radicale alla narrazione e alla pretesa di senso. Il dialogo si inserisce nel solco della mostra omonima, appena conclusa presso la Fondazione Toti Scialoja di Roma, che ha portato il progetto dal libro allo spazio espositivo. La mostra ha proposto disorientanti abbinamenti, talvolta sarcastici, in altri casi più riflessivi, tra proverbi e illustrazioni catturati da bugiardini e libretti d’istruzioni, risultato di un’opera di ricerca che ha portato Ceccato a scandagliare ben 25.000 proverbi italiani e 3.250 bugiardini e istruzioni. Maurizio Ceccato e Giuseppe Garrera hanno scelto di parlare di quest’originale progetto in una lunga doppia intervista. 

D: Partiamo dall’autore di “Illustrazioni per l’uso”, Maurizio Ceccato. Come viene fuori l’idea di questa mostra?

R: Con l’editore Alberto Gaffi, che ha prodotto il volume “Illustrazioni per l’uso” (Italo Svevo), stavamo cercando di chiudere un cerchio con questo progetto iniziato anni fa: spostare le idee grafiche dalla carta del libro alla materia della tela interagendo con il fruitore in uno spazio “environmental” deputato alle arti visive.

D: I foglietti illustrativi nascono per semplificare e i proverbi per orientare. Lei li usa per confondere in un certo senso. Perché oggi abbiamo bisogno, forse, proprio di questo spaesamento?

R: Non so di cosa abbiamo bisogno oggi. Io sono una persona curiosa e con questo lavoro ho cercato di esaltare le connessioni e l’interferenza che scaturisce quando due linguaggi come la parola e l’immagine si incontrano senza seguire forme didascaliche di accostamento l’una con l’altra. La piattaforma, il ring dove si sono affrontati è materia che maneggiamo tutti i giorni, convenzioni che fanno parte dei nostri codici comuni: libretti di istruzioni e proverbi, appunto.

D: Nel Suo lavoro l’ironia non è decorazione: è un filtro, un bisturi o un dispositivo di autodifesa?

R: Se qualcuno trova piacevole soffermarsi sul mio lavoro, penso di aver sistemato male le trappole. Lo scomodo e il disagio, la perplessità sono il bottino della mia battuta di caccia.

D: Dal foglio alla tela cambia la fisicità del segno, ma forse anche la sua responsabilità. Come è mutato il Suo rapporto con ciò che disegna?

R: Alla base e all’altezza di questo lavoro nel suo complesso c’era l’imperativo di non mettere alcun segno compiacente o elegante a disposizione delle retine di chi ne potesse fruire. Mi sono sfilato su tutto. I proverbi sono catturati da diversi dizionari in commercio e di pubblico dominio e le istruzioni sono algide quanto funzionali nella loro sterile volontà di apparire come foggia artistica.

D: Se esistesse un proverbio che Lei non sopporta, ma che descrive perfettamente il nostro tempo, quale sarebbe?

R: L’apparenza inganna.

D: E ora passiamo a Giuseppe Garrera, storico dell’Arte, collezionista e curatore, che dal 2013 è Coordinatore Scientifico del Master in Economia e Management dell’Arte e dei Beni Culturali della 24ORE Business School di Roma. Allora la saggezza dei proverbi, dice, appartiene alla stupidità. È un giudizio netto. Che cosa la infastidisce di più: la loro morale o la loro pretesa di dire il mondo?

R: I proverbi tracciano il ritratto di un essere umano saputo, “navigato”, esperto o attento, e con una morale utilitaristica, ignorando o disprezzando la grazia dell’errore, dell’ingenuità, del fallimento, del candore dei furbi e dei calcoli che non tornano.

D: «Ciò che regola il disegno è la cecità». Come può una svista diventare un metodo di conoscenza?

R: Il sogno di ogni grande artista è disegnare con “la mano sinistra”, con una mano cioè diseducata, analfabeta, non ubbidiente, trascurata e reietta dall’indottrinamento e dall’ammaestramento della famiglia, della scuola e del mondo. Ogni perizia è ubbidienza agli ordini. Ecco perché tutta l’arte più grande è antiaccademica e scandalosa, e il più delle volte incomprensibile ai contemporanei. 

D: Se dovesse indicare l’inganno visivo più grande della nostra epoca (quello da cui arte e sguardo dovrebbero deviare) quale sarebbe?

R: L’immagine fotografica: la più minacciata dal conformismo, dalla convenzione e dall’ammiccamento. L’immagine fotografica (e dunque l’atto ridicolo del fotografare) andrebbero sospesi. 

Un progetto davvero interessante. Complimenti! Ora avrei delle domande da rivolgere ad entrambi. 

D: L’immagine disobbedisce; il proverbio impartisce una regola. Che cosa accade quando due forme così divergenti sono chiamate a convivere?

Ceccato: «Non convivono ma coabitano. Ho scelto due linguaggi comuni che non si sono mai parlati prima tra loro. E continueranno a non farlo, forse. Quello che accade sono delle epifanie che deduce lo spettatore. È tutto nelle sinapsi di chi legge e guarda».

Garrera: «Ognuna rivela l’ottusità e banalità dell’altra, come in uno specchio ce ne mostra la volgarità».

D: Nel progetto l’ambiguità pesa più della chiarezza. È una scelta estetica o un modo per restituire complessità?

Ceccato: «Se prendiamo un cucchiaio d’olio e lo versiamo in un bicchiere d’acqua cosa accade?». 

Garrera: «Direi che è un modo per evitare la fissità del significato e cioè l’elemento mortifero di ogni comunicazione o azione d’ arte. Ci si applica, con tutte le difficoltà che ciò comporta, a “sospendere il senso”». 

D: Il proverbio come fossile linguistico: va restaurato, va contraddetto o va liberato dalle sue stesse pretese? 

Ceccato: «Se tutti si potessero raccogliere, diceva il Tommaseo, attorno ai Proverbi di ogni popolo, per immaginazione e concetti, questo, dopo la Bibbia sarebbe il libro più gravido di pensieri». 

Garrera: «I proverbi vanno aboliti, o al più utilizzati per educare a riconoscere subito la forma delle “frasi fatte”, per educare, utopisticamente, a evitare di parlare per “frasi fatte”. Dico “utopisticamente” perché, nel linguaggio della comunicazione, purtroppo, non si danno “frasi non fatte”». 

D: Quando immagine e parola rinunciano a spiegare, possono ancora aprire un senso nuovo? Dove si genera, per voi, questa possibilità? 

Ceccato: «Ho sempre lavorato cercando di provocare cortocircuiti tra parola e immagine che, ripeto sono due rette parallele, due linguaggi che producono i propri germogli autoctoni senza mai incontrarsi. Neanche all’infinito». 

Garrera: «Si genera solo nell’ambito del silenzio, e cioè della poesia, della musica assoluta e dell’arte di ricerca, lì dove visione e ascolto diventano difficili. Come scrive Calvino: “Il signor Palomar spera sempre che il silenzio contenga qualcosa di più profondo di quello che il linguaggio può dire”». 

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Ultimo Aggiornamento: 22/12/2025 17:40

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