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Pensioni, l’asticella si alza ancora: chi dovrà lavorare di più dal 2027

Pubblicato: 28/12/2025 19:09

La vita lavorativa in Italia è destinata ad allungarsi ulteriormente. Con la Legge di Bilancio ormai definita, tornano ad aumentare i requisiti per l’accesso alla pensione, di nuovo agganciati alla speranza di vita, nonostante le precedenti promesse di sterilizzazione degli adeguamenti automatici. A partire dal 2027 e poi dal 2028, età anagrafica e contributi richiesti cresceranno per la maggior parte dei lavoratori, con effetti particolarmente rilevanti su una categoria finora considerata protetta: i lavoratori precoci.
L’aumento complessivo dei requisiti pensionistici sarà pari a tre mesi, ma verrà introdotto in modo graduale. Dal 1° gennaio 2027 scatterà un primo incremento di un mese, seguito da altri due mesi dal 1° gennaio 2028. Una diluizione temporale che attenua l’impatto immediato, ma sancisce il ritorno pieno al meccanismo di adeguamento alla speranza di vita.

Pensione di vecchiaia e anticipata: cosa cambia

Per la pensione di vecchiaia, l’età minima salirà dagli attuali 67 anni a 67 anni e 3 mesi dal 2028, mentre resterà invariato il requisito dei 20 anni di contributi. Ritocco anche per la pensione anticipata: il requisito contributivo passerà da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e 1 mese (con un anno in meno per le donne).
L’adeguamento coinvolgerà anche la pensione anticipata contributiva riservata ai cosiddetti contributivi puri, ossia chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996. In questo caso, l’uscita non sarà più possibile a 64 anni “secchi”, ma a 64 anni e 3 mesi.

Le categorie escluse dagli aumenti

Il governo ha deciso di escludere dagli incrementi solo due categorie: i lavoratori gravosi e quelli usuranti. Si tratta di circa 20 mila persone all’anno, secondo la Relazione tecnica alla Manovra, impegnate in attività considerate particolarmente faticose, come edilizia, assistenza sanitaria, scuola dell’infanzia, igiene ambientale e lavoro su catena di montaggio.
Per questi lavoratori resta confermato l’accesso all’APE Sociale, l’assegno ponte che consente di uscire dal lavoro a 63 anni e 5 mesi, con un requisito contributivo variabile tra 30, 32 o 36 anni e un importo massimo di 1.500 euro mensili.

La stretta sui lavoratori precoci

La vera novità riguarda però i lavoratori precoci, ossia coloro che hanno maturato almeno 12 mesi di contributi effettivi prima dei 19 anni. La Quota 41 non viene formalmente abolita, ma subisce un ridimensionamento sostanziale.
Solo i precoci impegnati in lavori usuranti restano esclusi dagli aumenti. Tutti gli altri — disoccupati, caregiver e invalidi con almeno il 74% — dovranno adeguarsi ai nuovi requisiti. Dal 2027 saranno necessari 41 anni e 1 mese di contributi, che diventeranno 41 anni e 3 mesi dal 2028, con la possibilità di ulteriori incrementi negli anni successivi se la speranza di vita continuerà a crescere.

Una tutela sempre più ristretta, meno risorse per precoci e usuranti

La riforma introduce una distinzione interna alla platea dei lavoratori precoci che appare poco lineare: a parità di carriera contributiva, l’accesso alla pensione potrà avvenire in momenti diversi in base alla tipologia di tutela riconosciuta. Una scelta che rischia di alimentare nuove disparità e potenziali contenziosi.
A rendere il quadro ancora più rigido contribuisce il profilo finanziario della Manovra. Le risorse destinate ai lavoratori precoci vengono progressivamente ridotte, con 50 milioni di euro in meno nel 2033 e 100 milioni di euro annui dal 2034. Anche per i lavoratori usuranti è previsto un taglio di 40 milioni di euro l’anno dal 2033.
Un segnale che conferma come l’innalzamento dei requisiti non rappresenti una misura temporanea, ma una scelta strutturale di contenimento della spesa pensionistica, destinata a incidere a lungo sul futuro previdenziale di milioni di lavoratori.

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