
Russia-Ucraina, ho seguito in diretta per The Social Post gli esiti del summit tra Donald Trump e Volodymyr Zelensky con una sensazione difficile da scrollarsi di dosso: alla fine, nella politica internazionale, continua a valere la legge del più forte. Le strette di mano, le dichiarazioni concilianti e i comunicati ufficiali servono a rassicurare l’opinione pubblica, ma dietro le quinte la sostanza resta brutale.
L’incontro tra Trump e Zelensky non ha prodotto svolte decisive. Il presidente ucraino ha incassato promesse di garanzie di sicurezza, ma su nodi cruciali – territori occupati, Donbass, Zaporizhzhia – tutto resta sospeso. Poche ore dopo, però, dalla Casa Bianca è arrivata una notizia che pesa più di qualsiasi foto ufficiale: Trump ha avuto una “telefonata positiva” con Vladimir Putin. È lì che si sposta il baricentro. È lì che, implicitamente, si riconosce chi ha davvero il potere di chiudere o prolungare la guerra.
Putin, va detto, non ha vinto la guerra sul campo. L’Ucraina ha resistito, l’esercito russo non ha conquistato Kiev, l’offensiva lampo si è trasformata in un conflitto logorante. Ma il rischio concreto è che il Cremlino stia vincendo la guerra nei negoziati. Perché negoziare da una posizione di forza militare, territoriale ed energetica è tutta un’altra cosa rispetto a sedersi a un tavolo da pari.
Le parole contano, e quelle di Trump sono eloquenti. Quando evita di condannare apertamente i bombardamenti russi e si limita a osservare che “anche l’Ucraina colpisce”, manda un segnale preciso: non esiste più un aggredito e un aggressore, ma due parti che devono “venirsi incontro”. È la logica della realpolitik più spinta, dove i valori diventano un dettaglio e la stabilità – o ciò che viene venduto come tale – è l’unico obiettivo.
Nel frattempo, Mosca continua a dettare il ritmo. Avverte che, senza accordo, Kiev perderà altro territorio. Evita di chiarire cosa intenda fare della centrale di Zaporizhzhia. Alza la posta ogni volta che si parla di cessate il fuoco. È una strategia chiara: far capire che il tempo gioca a favore della Russia, nonostante le sanzioni e l’isolamento diplomatico.
Ed è qui che la narrazione si ribalta. L’Ucraina viene spinta verso compromessi dolorosi in nome della pace. La Russia, che ha violato il diritto internazionale, si presenta come interlocutore indispensabile. Il risultato rischia di essere un accordo che non sancisce una vittoria militare di Putin, ma legittima sul piano politico ciò che ha ottenuto con la forza.
È una lezione amara, ma non nuova: la dimostrazione plastica di come la Russia possa ancora esercitare la sua politica di potenza, anche se da una posizione più scomoda rispetto al passato. Mi sembra di rileggere, oggi, le parole del compianto Carlo Maria Santoro, mio professore di relazioni internazionali: sono passati 35 anni ma nulla è cambiato. Le garanzie scritte valgono poco se non sono sorrette dalla forza. I trattati possono essere ignorati se chi li viola sa che, prima o poi, qualcuno tornerà comunque a trattare. E così, mentre si parla di pace, si consolida l’idea più pericolosa: che invadere convenga, purché si resista abbastanza a lungo.
Alla fine, dunque, il messaggio che passa è semplice e inquietante: puoi non vincere una guerra, ma se sei abbastanza forte puoi comunque vincere la pace. E questo, per l’Europa e per l’ordine internazionale, è forse il prezzo più alto da pagare.


