
È molto interessante il Dossier Natalità 2026. Volere o Potere, realizzato dalla Fondazione per la Natalità in collaborazione con l’Istat. I dati diffusi sono chiari quanto preoccupanti. E costringono a riflettere. Nel 2025 in Italia sono nati solo 355 mila bambini, un record negativo. Il calo della natalità dura da decenni e nulla fa pensare che in questo 2026 la tendenza possa cambiare.
Nel 1964, all’epoca del boom demografico ed economico, i neonati furono un milione. Nel 1995, 526 mila. Anno dopo anno sono diminuiti. L’Italia sta diventando un paese di vecchi. Prima di interrogarci sul perché è bene ricordare che cosa è accaduto dall’inizio del secolo scorso. Nel decennio 1921-1930 la media dei nati fu di un milione e 97mila, in quello 1931-1940 di un milione e 8mila. Negli anni Quaranta scese a 927mila. Negli anni Cinquanta la media scese ancora, a 927mila. Risali’ in quel 1964, ma nel decennio 1961-1970 la media fu di 790mila. Per farla breve, nel 1985 nacquero solo 575mila bambini. Piano piano si è arrivati al record negativo dell’anno scorso.
Tutti sappiamo che l’indice di fecondità che garantisce la sostituzione delle generazioni è del 2,1 per coppia. Nel 1987 fu dell’1,3. Oggi siamo all’1,14. L’indice è diminuito in tutta Europa ma, per fare due esempi, in Francia è dell’1,61 e in Germania dell’1,46. Mal comune non è mezzo gaudio. Ma essere ultimi certo non fa piacere.
Perché la situazione italiana è peggiore? Si può pensare che si sia diffusa tra le italiane – e gli italiani – una cultura di egoismo antinatalista. In questo senso la ministra per la Famiglia Eugenia Roccella ha descritto la denatalità come «una sorta di malattia del benessere, che esplode di pari passo con lo sviluppo economico e sociale dei Paesi: basta vedere cosa accade in Giappone, in Corea del Sud, nella stessa India, un tempo presentata come simbolo della sovrappopolazione». Ma questa è solo una parte della verità, smentita proprio dalle nascite del 1964.
Il Dossier Natalità evidenzia una realtà ben diversa. «Nel 2024 – spiega la ricerca – le donne che dichiaravano di voler avere figli nei tre anni successivi avrebbero voluto generare 760 mila nuovi nati l’anno; nel 2025 ne sono nati appena 355 mila, meno della metà. La nascita di un figlio aumenta concretamente il rischio di cadere in povertà. Secondo uno studio condotto tra il 2016 e il 2023, tra le donne che hanno dichiarato di volere certamente un figlio nei tre anni successivi al 2016, solo il 42,8% l’ha effettivamente avuto: alcune hanno ritardato la scelta rispetto a quanto dichiarato, altre hanno rinunciato al loro desiderio».
Il 62% di coloro che non hanno avuto figli, pur volendoli, lo ha fatto per «le difficoltà incontrate» (economiche o procreative), mentre il 32% ha già raggiunto il numero di figli che desiderava (o che poteva permettersi). Solo un italiano su 20 non ha figli perché non li vuole.
«Quando si chiede alle persone perché non hanno avuto i figli che volevano, la risposta è quasi sempre la stessa: i soldi. 2,8 milioni di persone citano difficoltà economiche o lavorative come principale freno alle intenzioni di generare figli. Più della metà delle persone teme che nei tre anni successivi alla nascita di un figlio, la propria situazione finanziaria possa peggiorare. Non è egoismo, è un calcolo» si legge ancora nel Dossier. «Troppe persone si trovano costrette a mettere sul piatto della bilancia da una parte il desiderio di un figlio, dall’altra la sostenibilità economica».
Insomma, nei Paesi avanzati la denatalità è una malattia della mancanza di benessere. E infatti i Paesi europei più ricchi, dove il welfare è meglio finanziato e i neogenitori hanno a disposizione servizi all’infanzia hanno tassi di natalità più alti dell’Italia. In Norvegia, Islanda, Svizzera e Svezia l’indice di fecondità per donna supera l’1,4, in Danimarca è dell’1,5. Dati ben lontani dal 2,1 che garantisce la sostituzione, comunque migliori di quelli italiani.
Va anche detto che in Italia lavora solo la metà delle donne, mentre avere due redditi in famiglia è necessario a potersi permettere dei figli. «Oggi – sottolinea il dossier della Fondazione per la Natalità – senza due stipendi, una famiglia fa fatica ad arrivare a fine mese. E quando uno dei due genitori è costretto a smettere di lavorare, le conseguenze ricadono su tutti».
Non è pessimismo. Il problema economico non è di oggi. L’oggi paga il passato. Tra il 1990 e il 2024 le retribuzioni reali nei Paesi Ocse sono cresciute del 35%, mentre in Italia sono diminuite dell’1,6%.
Recuperare errori politici dí decenni non è possibile in cinque minuti. Ma certo il problema economico esiste, soprattutto nelle grandi città. I figli costano, si sa. La società è molto cambiata nei decenni. Il sostegno delle famiglie allargate, a parte i piccoli centri, non esiste più. Le nonne di un tempo sono altrove, peraltro molte più anziane di quando le nascite erano “programmate” tra i venti e i trenta anni. E le madri di oggi sono le prime vittime nella situazione attuale, carente di servizi. Per questo sembra interessante una proposta legge popolare depositata nel sito del Ministero della Giustizia.
Al di là dell’auspicato “superamento delle diseguaglianze” di genere, che sembra evocare la “filosofia” gender, la proposta ha un senso.
“La proposta di legge – così si presenta – si inserisce in un contesto segnato da un persistente squilibrio nella distribuzione delle responsabilità di cura dei figli, che continua ad essere attribuita in misura prevalente alla figura materna, con effetti rilevanti sulla loro partecipazione al mercato del lavoro. I dati più recenti confermano la dimensione del fenomeno: dopo la nascita di un figlio risulta occupato solo il 53,9 per cento delle donne tra i 25 e i 49 anni, a fronte del 73,9 per cento delle donne senza figli; per una donna su cinque, inoltre, la maternità rappresenta la causa principale di exit dal mondo del lavoro. Nell’accesso ai congedi parentali, peraltro, permane un significativo divario, poiché le richieste presentate dalle madri sono di quasi tre volte superiori a quelle dei padri”.
“L’intervento, in tale quadro, assume rilievo strategico in quanto è diretto a rimuovere una disparità non solo normativa, ma anche culturale e sociale in modo da promuovere una più equilibrata assunzione delle responsabilità genitoriali e un maggiore sostegno all’occupazione femminile. L’iniziativa si colloca, dunque, in una più ampia prospettiva di contrasto alla crisi demografica e di rafforzamento della coesione sociale, verso un progressivo e naturale allineamento dell’ordinamento italiano alle esperienze europee più avanzate, quali quelle di Spagna, Svezia e Norvegia, nelle quali la condivisione della cura costituisce da tempo un elemento qualificante delle politiche familiari e del lavoro”.
Una proposta pretenziosa? Sbagliata? Impraticabile? Certo, anche una svolta di questo tipo ha un costo. Ma perché non ragionarne in Parlamento? Potrebbe funzionare per contrastare una denatalità che ci fa temere un’Italia triste, senza prospettive.


