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Meloni e il bivio Vannacci: se si allea e vince è ostaggio, se perde è finita

Pubblicato: 10/09/2026 17:46

La scelta sembra ormai compiuta. Secondo le indiscrezioni provenienti dagli ambienti più vicini alla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni non intende allearsi con Roberto Vannacci. Non ci sarebbe, dunque, alcuna operazione politica destinata a riportare il generale dentro il perimetro del centrodestra. Fin qui le notizie e le valutazioni attribuite a chi conosce gli orientamenti della premier. Da qui in avanti, invece, comincia l’interpretazione politica.

La decisione di Meloni può essere letta come una scelta identitaria, come il tentativo di difendere la credibilità internazionale costruita durante gli anni di governo o come la volontà di non consegnare la coalizione a una destra ancora più radicale. Tutto vero, almeno in parte. Ma il punto fondamentale è un altro, molto più concreto e perfino più brutale: allearsi con Vannacci sarebbe per Meloni un’operazione senza possibilità di vittoria politica. Perché, qualunque fosse il risultato elettorale, la leader di Fratelli d’Italia ne uscirebbe più debole.

Il rischio di vincere sotto ricatto

Il primo scenario è quello apparentemente più favorevole: Meloni si allea con Vannacci e il centrodestra vince. Sarebbe certamente una vittoria numerica, ma potrebbe trasformarsi immediatamente in una sconfitta politica. Se i voti del generale risultassero indispensabili per raggiungere la maggioranza, Vannacci non entrerebbe nella coalizione come un alleato minore. Entrerebbe come colui che può rivendicare di avere salvato Meloni, consegnandole i numeri necessari per governare.

Da quel momento ogni scelta della premier sarebbe condizionata dal peso di un alleato la cui forza non deriverebbe soltanto dai parlamentari eletti, ma dalla capacità di minacciare continuamente la tenuta della maggioranza. Vannacci avrebbe interesse a mostrarsi decisivo, a distinguersi, a porre condizioni, a trasformare ogni passaggio politico in una prova di forza. Il suo consenso, infatti, vive della contrapposizione e non della disciplina di coalizione. Accettare di essere normalizzato significherebbe perdere buona parte della ragione politica della propria esistenza.

Meloni si troverebbe così davanti a una contraddizione permanente. Per tenere insieme il governo dovrebbe concedere visibilità e spazio a Vannacci; ma più gliene concedesse, più ne rafforzerebbe il profilo autonomo. Ogni compromesso diventerebbe una sua vittoria, ogni mediazione verrebbe presentata come una resa della premier, ogni tensione servirebbe a ricordare agli elettori che senza il generale quella maggioranza non esisterebbe.

Il ricatto non riguarderebbe necessariamente la caduta immediata del governo. Sarebbe un condizionamento più sottile e continuo, esercitato sulle nomine, sulle priorità politiche, sui rapporti con l’Europa, sulla collocazione internazionale dell’Italia e perfino sul linguaggio pubblico della coalizione. Meloni perderebbe il controllo del confine politico della destra, perché non sarebbe più lei a stabilire chi appartiene al campo conservatore e a quali condizioni. Quel confine verrebbe spostato ogni giorno da Vannacci.

Negli ultimi anni la forza della presidente del Consiglio è stata proprio la capacità di presentarsi contemporaneamente come leader della destra italiana e come interlocutrice affidabile delle istituzioni europee e degli alleati occidentali. Una costruzione difficile, a tratti contraddittoria, ma politicamente efficace. L’accordo con Vannacci rischierebbe di incrinarla: non perché ogni elettore del generale sia incompatibile con il centrodestra, ma perché il suo progetto politico ha bisogno di alzare continuamente il livello dello scontro. Meloni, invece, per governare ha bisogno di ridurlo.

C’è poi una questione di leadership. Vannacci non chiederebbe semplicemente rappresentanza: rivendicherebbe il diritto di interpretare la parte più autentica, combattiva e radicale della destra. Finirebbe inevitabilmente per descrivere Meloni come una leader frenata dai vincoli di governo, dall’Europa, dalle alleanze internazionali e dalle esigenze istituzionali. L’alleanza gli offrirebbe la legittimazione del centrodestra senza imporgli realmente la responsabilità di guidarlo. Avrebbe tutti i vantaggi dell’appartenenza e quasi nessuno dei costi.

A quel punto la vittoria elettorale non chiuderebbe la competizione a destra: la renderebbe quotidiana. Meloni avrebbe dentro la propria maggioranza un alleato interessato non soltanto a ottenere risultati, ma a dimostrare costantemente che la premier, senza di lui, non dispone più di una maggioranza. Sarebbe una vittoria conseguita al prezzo della propria autonomia.

La sconfitta che non lascerebbe più alibi

Il secondo scenario è ancora peggiore: Meloni si allea con Vannacci e perde. In quel caso non ci sarebbe alcuna giustificazione politica possibile. La premier avrebbe accettato di modificare il profilo del centrodestra, di spostarne ulteriormente l’asse, di mettere in discussione il lavoro compiuto per accreditarsi come leader di governo e avrebbe fatto tutto questo senza riuscire nemmeno a vincere.

Una sconfitta del genere non sarebbe considerata un normale incidente elettorale. Assumerebbe il significato di un fallimento strategico definitivo. Meloni avrebbe riunito, almeno sulla carta, tutte le anime disponibili alla sua destra, avrebbe rinunciato alla possibilità di contendere una parte dell’elettorato moderato ed europeista e avrebbe trasformato le elezioni in un referendum sulla coalizione più larga possibile. Perdere significherebbe dimostrare che la somma aritmetica delle destre non produce necessariamente una maggioranza politica.

Soprattutto, la premier non potrebbe più sostenere che la sconfitta sia stata provocata dalla divisione del campo. Non potrebbe accusare Vannacci di aver sottratto voti decisivi, perché quei voti sarebbero già compresi nell’alleanza. Non potrebbe promettere una futura ricomposizione, perché la ricomposizione sarebbe già avvenuta. Non potrebbe neppure tornare facilmente verso il centro, perché avrebbe appena certificato di considerare Vannacci compatibile con il proprio progetto di governo.

Perdere separati lascia aperta una discussione sui confini della coalizione. Perdere insieme chiude la discussione e apre quella sulla leadership. Se Meloni conducesse alle elezioni un centrodestra esteso fino a Vannacci e venisse sconfitta, la domanda del giorno dopo non sarebbe come allargare ancora l’alleanza, ma chi debba guidarla. Sarebbe il fallimento contemporaneo della sua linea di governo e della sua ultima operazione elettorale.

È questa l’asimmetria che rende comprensibile la scelta di tenere Vannacci fuori. Senza di lui, Meloni conserva entrambe le possibilità. Se vince, dimostra che il generale non è indispensabile e ne ridimensiona la pretesa di rappresentare il vero popolo della destra. Se perde, può sostenere che la separazione abbia favorito gli avversari e mantenere aperta la possibilità di ridefinire in seguito il perimetro della coalizione. In entrambi i casi resta politicamente centrale.

Con Vannacci, invece, non avrebbe una vera via d’uscita. Se vince, governa sotto condizionamento. Se perde, perde tutto. È questo, più di qualsiasi considerazione ideologica o personale, il cuore della questione.

La politica non è soltanto l’arte di raccogliere il maggior numero possibile di voti. È anche la capacità di decidere quali voti siano compatibili con un progetto e quale prezzo si sia disposti a pagare per conquistarli. Meloni sa che un’alleanza può allargare una coalizione ma, nello stesso momento, restringere lo spazio di manovra del suo leader. E un capo di governo può convivere con alleati difficili; molto più complicato è governare con qualcuno che trae la propria forza dalla possibilità di tenerti permanentemente sotto ricatto.

Per questo la rinuncia all’accordo con Vannacci non sarebbe necessariamente un gesto di moderazione. Sarebbe prima di tutto una scelta di sopravvivenza politica. Meloni non teme soltanto che il generale le faccia perdere qualche voto al centro. Teme soprattutto che possa sottrarle ciò che conta più dei voti: il controllo della propria coalizione e, con esso, il diritto di continuare a esserne la leader.

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