
Negli ultimi giorni Marcello Veneziani ha aperto una polemica frontale contro la destra al governo, accusandola di non aver lasciato alcun segno nella vita culturale del Paese. In un articolo molto commentato, Veneziani ha scritto che “non è cambiato nulla”, che tutto è rimasto com’era “nel bene, nel male e nella mediocrità”, e che la destra, pur avendo conquistato il potere, non ha inciso né sulla Rai né sul clima culturale generale. La critica è netta e riguarda soprattutto il piano simbolico: una destra che governa senza riconoscersi, senza imprimere una propria visione, senza produrre una discontinuità percepibile. In altre parole, una destra che avrebbe rinunciato a essere identitaria.
Alla critica è seguita la risposta del ministro della Cultura Alessandro Giuli, che ha respinto quel giudizio parlando di “nemichettismo”, cioè di una postura critica pregiudiziale, incapace di misurarsi con la complessità del governo e con i vincoli delle istituzioni. La replica, dura nei toni, ha spostato il terreno dello scontro: non più soltanto su ciò che il ministero ha fatto o non ha fatto, ma su che cosa si possa legittimamente pretendere da una destra quando passa dall’opposizione al potere.
È qui che la polemica smette di essere contingente e diventa rivelatrice. Perché il punto non è la severità del giudizio di Veneziani, ma la premessa identitaria che lo sostiene.
La destra di governo, se è davvero patriottica, non può essere identitaria. Non per debolezza o per prudenza, ma per natura. L’identitarismo è una postura da minoranza, da comunità che chiede riconoscimento, da gruppo che vuole vedersi riflesso nelle istituzioni per certificare la propria esistenza. È una logica comprensibile in chi è stato a lungo ai margini, ma incompatibile con l’esercizio del potere. La patria non è un’identità tra le altre: è una totalità politica, che comprende anche ciò che non ci somiglia, non ci appartiene, non ci rappresenta. Governare la patria significa assumersi il peso dell’intero, non rappresentare una parte.
Qui sta il paradosso che attraversa questa polemica: l’intellettuale di destra tradisce se stesso quando chiede alla destra di potere di essere identitaria. Perché chiede allo Stato di fare ciò che l’intellettuale, per vocazione, dovrebbe rifiutare: diventare parte. È lo stesso meccanismo che per decenni la destra ha rimproverato alla sinistra egemonica, accusata di aver trasformato le istituzioni in strumenti di autorappresentazione culturale. Riprodurlo oggi, con segni diversi, non è riscatto. È imitazione.
Non a caso, come ha osservato Carmelo Briguglio intervenendo sul Secolo d’Italia, una parte della confusione nasce dal continuo slittamento tra intellettuali “di” destra e intellettuali “della” destra. È una distinzione decisiva. L’intellettuale di destra mantiene la propria libertà critica, anche aspra; l’intellettuale della destra, invece, tende a chiedere al potere di farsi specchio del proprio mondo. Ma quando questa richiesta viene rivolta allo Stato, il rischio è evidente: si chiede alle istituzioni di rappresentare, non di governare.
La frase “non è cambiato nulla” va presa sul serio, ma va anche collocata nel suo vero orizzonte. Non è una valutazione amministrativa né un bilancio di politiche pubbliche. È una delusione simbolica, l’aspettativa che il potere produca riconoscimento, che il governo lasci un segno visibile di appartenenza. Ma il governo non nasce per questo. Il governo non è testimonianza, è responsabilità. Non è autorappresentazione, è funzionamento.
Qui emerge la distanza tra cultura del dire e cultura del fare. L’identitarismo vive di parole, di segnali, di gesti riconoscibili. La cultura del fare lavora invece sulle condizioni: sugli spazi, sulle regole, sui limiti. Non chiede applausi, non pretende consenso estetico. Rende possibile ciò che prima era impraticabile. È una cultura poco visibile, ingrata, e proprio per questo spesso scambiata per inerzia.
Chiedere a un ministro della Cultura di “fare la destra” significa confondere il suo ruolo con quello di un capocorrente o di un animatore culturale. Ma un ministero non è un cenacolo, né una rivista, né una fondazione identitaria. È il luogo in cui lo Stato decide se la cultura è uno spazio aperto o un feudo ideologico. Se garantisce pluralismo reale o sostituisce un conformismo con un altro. In questo senso, la neutralità istituzionale non è una resa: è una forma di sovranità.
C’è infine un punto ancora più scomodo. L’intellettuale che chiede allo Stato di rappresentarlo smette di essere un intellettuale libero. Diventa un creditore simbolico, un richiedente di riconoscimento. Ma la grande tradizione culturale della destra italiana non ha mai chiesto allo Stato di parlare in suo nome. Ha chiesto spazio, agibilità, fine delle censure. Ha chiesto che le idee potessero circolare, non che venissero certificate.
Stare dalla parte di Giuli, allora, non significa difendere un carattere o una risposta polemica. Significa stare dalla parte di una idea di Stato contro una tentazione antica: usare il potere per compensare simbolicamente anni di marginalità culturale. È una tentazione comprensibile, ma politicamente fatale. Perché il patriottismo, quando è autentico, non governa per assomigliare a se stesso. Governa per tenere insieme.
La destra adulta lo sa. E sa anche che l’identitarismo, quando diventa criterio di giudizio del governo, non rafforza la politica: la riduce. La cultura del fare resta l’unica forma matura di cultura politica. Tutto il resto è nostalgia dell’opposizione.


