
Raccontare una tragedia è una delle prove più difficili del mestiere giornalistico. Lo è sempre, ma lo diventa ancora di più quando i numeri smettono di essere statistiche e assumono volti, storie, età. A Crans-Montana, nella notte di Capodanno, sono morte 47 persone, in gran parte giovanissimi, intrappolati nell’incendio di un locale. È dentro questo contesto che va letta la commozione dell’inviato del Tg LA7, Carmelo Schininà, diventata a sua volta una notizia.
Non si è trattato di una “caduta di stile” o di un cedimento professionale. Al contrario, è la dimostrazione di quanto sia illusorio pensare che un giornalista possa separare completamente emozioni e razionalità quando si trova fisicamente immerso in una tragedia. Il lavoro dell’inviato non si svolge in uno studio asettico: è fatto di corpi, silenzi, lacrime dei familiari, odore di fumo ancora nell’aria, domande senza risposta. Pretendere impermeabilità emotiva significa non comprendere la natura stessa del racconto sul campo.
Il giornalismo richiede rigore, verifica, lucidità. Ma non richiede disumanità. Anche il professionista più esperto resta una persona che osserva altri esseri umani colpiti nel momento più devastante possibile. In quei casi, l’emozione non è un ostacolo alla comprensione dei fatti: è semmai il rischio opposto, l’anestesia, a diventare pericolosa. Perché raccontare senza sentire nulla può trasformare il dolore in spettacolo o, peggio, in routine.
La difficoltà sta proprio qui: tenere insieme empatia e responsabilità. Non lasciarsi travolgere al punto da perdere chiarezza, ma nemmeno indossare una maschera di distacco artificiale. La commozione di un inviato, se non oscura i fatti e non altera il racconto, non indebolisce l’informazione: la rende più onesta. Ricorda al pubblico che dietro la cronaca ci sono vite spezzate, non solo titoli.
In un’epoca in cui si chiede spesso ai giornalisti di essere veloci, performativi, “freddi”, l’episodio di Crans-Montana pone una domanda scomoda ma necessaria: è davvero auspicabile un giornalismo senza emozioni? O non è invece proprio la capacità di sentire, pur restando professionali, a distinguere il racconto umano dalla semplice trasmissione di dati?
La verità è che, di fronte a tragedie di questa portata, nessun professionista può dirsi del tutto al riparo. E forse non dovrebbe nemmeno volerlo. Perché raccontare significa anche farsi carico, almeno in parte, del peso di ciò che si vede. E riconoscerlo non è una debolezza, ma una forma di responsabilità.


