
Il XX secolo viene considerato dagli storici, soprattutto il Britannico Hobsbawm, il cosiddetto secolo breve. In particolare quest’ultimo pone i confini tra il 1914, l’inizio della prima guerra mondiale ed il 1991, la fine dell’Unione Sovietica. È il periodo che fa sorgere, per tentare di gestire la conflittualità storica ed economica tra i popoli, prima la Società delle Nazioni e poi a seguire l’ONU. Questo periodo, al di là del segmento 1940/45 della seconda guerra mondiale, ha visto il tentativo dei principali stati del mondo di allora di tenere a freno l’avidità dell’imperialismo, fino al 1914 multilaterale, che segmentava il mondo tra piccoli imperi, di cui il Britannico era l’archetipo, e popoli deboli e depredabili. Oggi dopo il fallimento dell’ONU, tra guerra del Golfo ed ex Jugoslavia, e della teoria della libertà dei popoli e delle nazioni, ha visto un’illusione di massa chiamata globalizzazione, libertà non di popoli ma delle merci, come se queste avessero statuti o costituzioni più o meno democratiche.
Ma oggi torna prepotentemente sulla scena, teoria Monroe o cinese, il concetto di imperialismo, multilaterale, in cui ci sono popoli che si concedono il diritto, per poter vivere, magari illusoriamente, meglio di incidere, a volte uccidere, altri popoli. E così da anni abbiamo guerre nel golfo persico, nel Kurdistan, in Afghanistan, in Palestina, in varie parti dell’Africa, in Ucraina dalla nuova guerra di Crimea. Tensioni a Taiwan, prossimo obiettivo forse concordato, e ieri a Caracas.
È una guerra antica, per le materie prime, non come quelle di conquista territoriale europee, vedi Alsazia e Lorena o Polonia. Una guerra come quelle della Invincibile Armada, che andava in cerca di ricchezze che appartenevano naturalmente ad altri popoli o nazioni. Oggi in Venezuela in maniera molto più veritiera, lo ammette lo stesso Trump, la guerra è per il petrolio venezuelano, molto più esteso e denso, il petrolio statunitense è liquido, di quello di casa.
E questo è un avvertimento al Canada, che ha estensioni e qualità di petrolio simile a quello che gestiva solo politicamente Maduro. Trump non ha detto a caso di volere prendersi Groenlandia e Canada. All’industria americana servo le immense risorse di quei paesi e secondo la dottrina imperialista conquistare, anche militarmente, costa meno di comprare. E poi il prezzo della conquista lo paga la collettività, il profitto va solo ad alcuni. Un po’ come la cassa integrazione della vecchia Fiat.
Putin, Trump, Xi, Modi, Bin Salman, Khamenei, Erdogan hanno tutti alle spalle storie imperiali, e le stanno rivitalizzando in chiave odierna. Trump ha un solo grosso merito, derivante dalla sua patologica arroganza, come mente spudoratamente cosi altrettanto dice la verità, senza nascondersi dietro le alchimie di Bush o Clinton. La sua è una guerra tendente al controllo delle ricchezze. Altrui.
Perché questo è il punto debole della Nuova America. Ha perso la sfida della produttività, dello sviluppo, e quindi deve prendersi le “vecchie”, ma anche nuove, materie prime. E questo, il declino, sarà chiaro quando la Cina si annetterà, inevitabilmente, Taiwan. Gli americani puntano al vecchio petrolio, mentre i cinesi punteranno al mercato mondiale dei semiconduttori. La qualcosa si era già vista con la sconfitta di Tesla, con Musk che chiede una liquidazione mostruosa ai suoi azionisti mentre BYD lo ha surclassato nelle quote di mercato. Questo in un mondo che nei prossimi trent’anni vedrà demograficamente crescere l’area dell’oceano indiano, in cui è stata attirata l’Africa sotto influenza cinese, diventando il più grande mercato del pianeta.
Gli Europei, fondatori di molti imperi, costretti dalla loro egoistica piccolezza, sono già da tempo finiti in una casa di riposo. Si chiama UE. E l’Italia, che alla fine del secolo breve era la quinta potenza economica mondiale? Possiamo solo sperare nella Calabria, Saudita. Sempre che ci vogliano, e non dirottino tutti i loro investimenti all’estero.


