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“Lei ha un tumore”. La diagnosi shock e le cure dolorose, poi scopre l’agghiacciante verità

Pubblicato: 08/01/2026 19:31

È stata sottoposta per anni a pesanti terapie antitumorali non necessarie dopo aver ricevuto una diagnosi errata di tumore all’intestino. Per questo la Corte d’Appello di Firenze ha condannato l’Azienda ospedaliero universitaria pisana (Aoup) a risarcire una 47enne con oltre 470mila euro.

L’importo stabilito in appello è stato sensibilmente aumentato rispetto alla precedente condanna del Tribunale di Pisa, che aveva riconosciuto un risarcimento pari a 295mila euro.

La vicenda, come ricostruito dai quotidiani locali, ha avuto inizio nel 2006, quando la donna si era rivolta all’ospedale di Volterra per un intervento ortopedico.

Durante gli esami di pre-ospedalizzazione, i medici avevano riscontrato una anomalia nella conta dei globuli bianchi, elemento che aveva portato al rinvio dell’operazione.

I referti erano stati quindi trasmessi all’Aoup di Pisa, dove, dopo una biopsia midollare e intestinale, era stata formulata la diagnosi di linfoma non Hodgkin indolente di tipo Malt, con prevalente localizzazione intestinale.

Sulla base di quella diagnosi, tra gennaio 2007 e maggio 2011, la paziente si era sottoposta a ripetuti cicli di chemioterapia, oltre a trattamenti con cortisone e steroidi.

La svolta è arrivata con una nuova biopsia effettuata a Genova, che ha escluso la presenza di qualsiasi tumore, facendo emergere l’errore diagnostico.

La donna ha quindi chiamato a rispondere l’Aoup davanti al tribunale civile di Pisa. L’azienda si è difesa sostenendo la complessità del quadro clinico e la correttezza delle cure adottate.

Una consulenza tecnica d’ufficio, però, ha stabilito che non vi fosse alcuna necessità di sottoporre la paziente a quelle terapie, poiché l’ipotesi di linfoma non era supportata da esami, visite o sintomi.

La Corte d’Appello ha riconosciuto il profondo stravolgimento della vita della 47enne, costretta a ridurre drasticamente l’attività lavorativa e privata anche della patente di guida, fissando un’invalidità permanente del 60%, superiore al 40% stabilito in primo grado.

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