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Sentenza Hydra, batosta per i boss del Nord: “Si erano messi insieme per soffocare il mercato”

Pubblicato: 12/01/2026 23:03

Il verdetto è arrivato come una scure sull’aula bunker del carcere di Opera, segnando un punto di non ritorno nella comprensione delle nuove dinamiche criminali nel Nord Italia. Il processo «Hydra» si chiude con condanne pesantissime: 23 imputati per associazione mafiosa e altri 39 per reati vari, per un totale che sfiora i cinque secoli di carcere. Ma non è solo una questione di numeri. Dietro le sbarre finisce l’idea che la criminalità organizzata all’ombra della Madonnina sia un fenomeno d’importazione o una semplice “succursale”.

In una requisitoria fiume, la pm Alessandra Cerreti ha voluto sgombrare il campo da ogni equivoco interpretativo: «Attenzione, non è una super mafia, nessuno l’ha mai sostenuto. Qua siamo lontani anni luce dal parlare di una mafia nuova». Il concetto espresso dal magistrato è molto più sottile e, per questo, più inquietante. Non si tratta di una fusione a freddo tra le cupole, ma di una «mafiosità immanente». Un’associazione in cui esponenti di Cosa nostra, Camorra e ‘Ndrangheta operano sul territorio lombardo in totale sinergia per un unico obiettivo: il profitto. «Hanno deciso di mettersi insieme per fare business, semplicemente questo, autorizzate dalle case madri a spendere il brand criminale», ha spiegato la Cerreti, ricordando la lezione di un pentito calabrese: “l’unione fa la pericolosità”.

Milano come la Calabria: il business del “brand criminale”

L’analisi della Procura, supportata dal lavoro dei carabinieri del Nucleo Investigativo, dipinge una Milano che ha smesso di essere l’isola felice dell’imprenditorialità pulita. La Cerreti è stata tranciante: «So di fare un’affermazione che può dare fastidio a qualcuno, ma Milano è un contesto mafioso, né più né meno di come può esserlo la Calabria». Questa struttura ibrida non si limita alle estorsioni o alla droga, ma si è infiltrata nelle pieghe del libero mercato, passando dalle fatture false ai crediti d’imposta fittizi, fino alle truffe sui bonus edilizi. È la figura del “delinquente finanziario”, incarnata dal collaboratore Saverio Pintaudi, che diventa il braccio armato dell’organizzazione nei salotti buoni dell’economia. Il processo ha svelato come questa alleanza non sia nata dal nulla. Le radici affondano nei decenni passati, in quel «consorzio lombardo» già evocato in storiche inchieste degli anni ’90. A confermarlo sono stati tre nuovi collaboratori di giustizia: oltre a Pintaudi, anche William Cerbo (legato al clan catanese Mazzei) e Francesco Bellusci. Come sottolineato dal pm Rosario Ferracane, la convivenza forzata nella metropoli ha imposto una tregua pragmatica: «A casa loro sono padroni, ma su Milano devono fare i conti con la presenza degli altri».

Le intercettazioni cristallizzate negli atti sembrano scritte per una sceneggiatura cinematografica. C’è la ricerca di stabilità di Emanuele Gregorini«Tocca trovare una quadra per guadagnare tutti, non creare altri pensieri». O il manifesto unitario di Giuseppe Fidanzati«Qua siamo tutti e tre, siamo tutti insieme, siamo tutti una cosa». Fino alla raggelante consapevolezza di Giancarlo Vestiti«Senza spari, hai visto com’è cambiato tutto…». La mafia che non uccide più per strada, ma strangola il mercato in silenzio.

L’ombra di Matteo Messina Denaro e i summit a Campobello

Uno dei punti più caldi dell’inchiesta riguarda i presunti legami con l’ultimo dei corleonesi. La pm Cerreti ha criticato aspramente l’iniziale prudenza del gip, sottolineando i «cinque summit in Sicilia» avvenuti tra febbraio e maggio 2021. Incontri a cui avrebbe partecipato Antonio Messina, considerato la «longa manus di Matteo Messina Denaro». La coincidenza geografica è clamorosa: gli ultimi summit si sono svolti a Campobello di Mazara, a meno di cento metri da quello che sarebbe stato scoperto come il covo del latitante. «Il latitante non ne sapeva niente? E i suoi scagnozzi cosa facevano, dormivano?», ha incalzato la pm, convinta che il nome del boss fosse stato speso nelle mediazioni per dirimere contrasti economici tra i clan in Lombardia.

In questo contesto si inserisce la figura di Paolo Errante Parrino, parente del boss, protagonista di un’intervista che la pm ha suggerito al giudice di visionare, dove alla domanda sulla mafia l’uomo rispondeva sprezzante: “Cos’è, una marca di formaggio”. Nonostante le condanne siano state inferiori alle richieste — Massimo Rosi ha incassato 16 anni, Filippo Crea 14, Giuseppe Fidanzati 12 — il verdetto conferma la solidità dell’impianto accusatorio. La presenza in aula del procuratore Marcello Viola ha suggellato l’importanza di un processo che ha dovuto affrontare anche momenti di tensione personale, come le presunte minacce alla Cerreti (il segno della croce fatto dall’imputato Giuseppe Sorci in aula) e il potenziamento delle scorte. Milano, oggi, deve guardarsi allo specchio e riconoscere un volto che somiglia terribilmente a quello dei territori che credeva lontani.

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