
Adesso che Trentini è libero, l’Italia si si è subito trasformata in una gigantesca sala ricevimenti: sorrisetti, dichiarazioni, “che bella notizia”, “una giornata importante”, “grande gioco di squadra”. Tutto molto nazionale-popolare, tutto molto pulito e compatto. Ma nel momento in cui bisogna dire come e perché questa liberazione è diventata possibile, all’improvviso tutti perdono la memoria. Si festeggia il risultato ma si nasconde il fattore determinante: qualcuno ha ribaltato Maduro dalla sedia.
Quel qualcuno ha un nome e lo conosciamo tutti: Donald Trump.
Siccome in Italia siamo campioni mondiali del non detto, tocca metterla così, nuda e cruda: se Trump non avesse prelevato Maduro e portato la questione venezuelana direttamente sul tavolo americano, oggi Trentini non sarebbe affacciato dalla balconata dell’ambasciata, ma ancora dentro una prigione sudamericana a contare i giorni. Piaccia o no, la cronologia dei fatti è questa e non è una questione di opinioni: quando Maduro cade, i detenuti politici e gli ostaggi stranieri escono.
E qui scatta l’ipocrisia integrale: tutti festeggiano, ma quasi nessuno nomina Trump, quasi fosse radioattivo. Si ringrazia la diplomazia, si ringraziano gli interlocutori, si ringraziano i governi amici, si ringrazia la buona sorte. Ma il ruolo degli Stati Uniti sotto Trump è trattato come un dettaglio ingombrante, qualcosa che “meglio non toccare”, perché in Italia la realtà estera va sempre filtrata attraverso la simpatia o l’antipatia personale.
E infatti è proprio questo il punto: Trump può pure stare antipatico, può far schifo il suo stile, può risultare indigesto il trumpismo e tutto il circo che si porta dietro, e posso dirlo serenamente perché al sottoscritto non è che risulti particolarmente affascinante. Ma la politica internazionale non è un concorso di simpatia: ci sono volte in cui la verità supera le antipatie. E la verità, qui, è che senza la botta geopolitica americana, l’Italia non avrebbe avuto margini per liberare nessuno.
La colpa non è di chi non ama Trump, ci mancherebbe. La colpa è di questo modo tutto italiano di raccontare i risultati eliminando le cause. Si evita di dire che la liberazione è figlia di uno strappo internazionale, non di un improvviso risveglio democratico in Venezuela. E quindi si crea un racconto pulito, neutro, autocelebrativo: l’Italia è stata bravissima, la Farnesina efficientissima, tutti commossi, tutti contenti, applausi finali.
Solo che se guardi sotto il tappeto, trovi l’elemento scomodo: se Trump non decapita il contesto venezuelano, Trentini oggi non è libero. È un dato, non un giudizio politico.
E allora sì: tutti festeggiano, ma nessuno ringrazia chi ha davvero cambiato la partita. Perché farlo significerebbe riconoscere che non sempre siamo protagonisti, che spesso usufruiamo delle decisioni altrui, e che ogni tanto la libertà di un italiano viene decisa a Washington, non a Roma.
Si può essere anti-trumpiani quanto si vuole. Ma se non si è capaci di dire la verità anche quando riguarda qualcuno che sta antipatico, allora non si fa politica: si fa tifo. E il tifo, quando entrano in gioco le vite delle persone, diventa solo una forma elegante di ipocrisia nazionale.


