
Il rumore delle piazze non arriva più soltanto attraverso slogan e cortei, ma passa dai telefoni, dai video sgranati, dalle voci che tremano mentre raccontano ciò che accade lontano dagli occhi del mondo. In alcuni casi non si tratta di analisi o commenti, ma di appelli disperati, scritti con l’urgenza di chi teme che il tempo stia per scadere. Sono messaggi che chiedono una sola cosa: essere ascoltati e condivisi prima che venga imposto il silenzio definitivo.
Quando la repressione si intensifica, anche l’informazione diventa una corsa contro l’oblio. Le parole assumono il peso di una testimonianza e i social si trasformano in uno degli ultimi canali per denunciare violenze che rischiano di restare invisibili. È in questo contesto che emerge una ricostruzione drammatica, diffusa come un grido d’allarme e rivolta direttamente alle istituzioni e all’opinione pubblica internazionale.
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L’allarme lanciato sui social
A rilanciare la denuncia è stato un post su X del giornalista di Radio Radicale Mariano Giustino, che ha invitato esplicitamente alla massima diffusione di immagini e informazioni sulla repressione in Iran. Nel messaggio, Giustino parla di una situazione precipitata rapidamente, descrivendo una violenza sistematica che avrebbe superato le capacità operative delle forze tradizionali del regime.
Secondo quanto riferito nel post, le operazioni repressive non sarebbero portate avanti prevalentemente dai basij o dal Corpo dei guardiani della rivoluzione, ma da milizie mercenarie sciite fatte affluire nel Paese. Combattenti provenienti da Iraq, Libano e Afghanistan sarebbero stati impiegati per soffocare le proteste, con il diretto coinvolgimento di gruppi armati legati alle milizie Hashd al-Shaabi.
Vi prego di diffondere ovunque quanto sto per riferirvi. Diffondete questo video e le mie parole ai vostri contatti e alle istituzioni. Fatelo subito!
— Mariano Giustino (@MarianoGiustino) January 11, 2026
Dovete sapere che le forze della repressione impiegate in #Iran non sono prevalentemente costituite da paramilitari #basij, né… pic.twitter.com/L1fV4ZwhFW
Repressione e violenze di massa
Nel racconto diffuso dal giornalista, il regime iraniano avrebbe fatto ricorso a veri e propri jihadisti armati per eseguire uccisioni di massa e repressioni feroci nelle strade. Una scelta che, sempre secondo quanto riportato, nascerebbe anche da una profonda sfiducia della Guida suprema Ali Khamenei nei confronti delle stesse forze pasdaran, ritenute non sufficientemente affidabili in questa fase.
Il bilancio umano delineato nel post è drammatico: a circa quindici giorni dall’inizio della rivolta contro la Repubblica islamica, i morti sarebbero già alcune centinaia, con una stima che parla di circa trecento vittime. I feriti sarebbero invece migliaia, tanto da aver portato gli ospedali al collasso, come riferito da operatori sanitari e umanitari citati nella testimonianza.

Corpi nascosti e famiglie disperate
Uno degli aspetti più inquietanti riguarda il destino dei giovani manifestanti uccisi. Nel post si parla di centri clandestini utilizzati per occultare i cadaveri di quelli che vengono definiti “combattenti per la libertà”. Le immagini e le informazioni provenienti da Teheran descrivono scene di disperazione al Centro di medicina legale di Kahrizak, dove le famiglie si radunano tra pianti e urla nel tentativo di identificare i corpi dei propri cari.
Sempre secondo la denuncia rilanciata da Mariano Giustino, un vecchio carcere a Kahrizak sarebbe stato riadattato per accogliere i corpi dei giovani uccisi durante la repressione, in un contesto che viene descritto come di totale assenza di trasparenza e legalità.
Un appello alla comunità internazionale
Il messaggio diffuso su X si chiude con la promessa di ulteriori aggiornamenti e con un appello implicito alla comunità internazionale, affinché non distolga lo sguardo da quanto sta accadendo. La narrazione restituisce l’immagine di un movimento rivoluzionario iraniano determinato a resistere, nonostante una repressione definita sanguinaria e sistematica.
La denuncia lanciata dal giornalista di Radio Radicale riporta al centro del dibattito il ruolo dell’informazione come strumento di tutela dei diritti umani, in un contesto in cui raccontare i fatti diventa già un atto di resistenza.


