
A quasi vent’anni dal delitto di Garlasco, il caso di Chiara Poggi continua a tornare al centro dell’attenzione pubblica. Non solo nelle aule di tribunale, ma anche nelle chiacchiere sui social, nei podcast true crime e nelle conversazioni di chi segue da anni questa storia. Ora a riaccendere i riflettori è una nuova perizia di parte che rimette al centro un punto decisivo: la dinamica dell’aggressione dentro la villetta di via Pascoli.
Un documento che non è solo un atto tecnico, ma un tassello in più in una vicenda che da tempo abita l’immaginario collettivo. E che potrebbe avere un peso concreto nelle prossime mosse legali della famiglia Poggi.
Il delitto di Garlasco torna a far discutere
“È dal 2009 che i legali della famiglia Poggi ribadiscono che la prima aggressione sia avvenuta nella cucina della villetta di Garlasco e successivamente il corpo è stato trascinato sulle scale interne”. A parlare è Dario Redaelli, esperto della scena del crimine e consulente dei Poggi, che a Fanpage.it anticipa i contenuti della relazione che consegnerà a breve agli avvocati. L’utilizzo del documento resta al momento incerto: non è chiaro se verrà depositato in vista di un possibile processo ad Andrea Sempio (attuale indagato per l’omicidio di Chiara Poggi in concorso con Alberto Stasi o con ignoti) o se resterà custodito in attesa di una eventuale revisione del processo a Stasi.
La nuova perizia, quindi, si inserisce in una storia giudiziaria lunga quasi due decenni, fatta di sentenze, ripensamenti, teorie e contro-teorie. E riporta al centro una domanda che in molti continuano a porsi: cosa è davvero accaduto quella mattina del 13 agosto 2007?

Garlasco, cosa dice la nuova perizia
In ogni caso, la relazione di Redaelli andrebbe a smentire un passaggio chiave della ricostruzione contenuta nella sentenza di condanna di Alberto Stasi. I dettagli completi non sono ancora pubblici, ma due punti vengono ribaditi con forza dall’esperto: “Mi baso su elementi oggettivi e il mio lavoro conferma Alberto Stasi sulla scena del crimine”. Una presa di posizione netta che riapre la riflessione su quanto stabilito finora dai giudici.
Per chi segue il caso, questo significa tornare a guardare con attenzione a ogni frammento della storia: l’ingresso, la cucina, le scale interne, le tracce di sangue, la sequenza dei colpi. Una specie di “rewind” di quella mattina di agosto, ma con una lente diversa puntata sulla casa dei Poggi.

La ricostruzione ufficiale e il punto che cambia tutto
Le motivazioni della condanna spiegano che “la mattina del 13 agosto 2007 (giorno dell’omicidio) Chiara Poggi aprì fiduciosa il cancello e la porta di casa dopo averne disattivato l’allarme. Il visitatore mattutino era certo persona che lei ben conosceva e probabilmente aspettava, tanto da non preoccuparsi di accoglierlo ancora in pigiama, con il letto sfatto e la televisione accesa, in una casa non ancora riordinata e con le finestre chiuse. L’interpretazione delle tracce ematiche secondo la Bpa, utilizzate per ricostruire le modalità dell’omicidio, ha poi evidenziato che la vittima venne colpita già all’ingresso, ai piedi della scala di accesso al piano superiore, e quindi trascinata lungo il corridoio verso la porta a libro della cantina”. È proprio su questo punto che la nuova perizia interviene.
In altre parole, la lettura “ufficiale” colloca il primo attacco all’ingresso, subito dopo che Chiara apre la porta. Ma per chi studia da anni la scena, qualcosa non torna. E qui entra in gioco la cucina, ambiente chiave della villetta di Garlasco e, secondo i consulenti Poggi, possibile teatro dell’inizio della violenza.

La cucina al centro della scena del crimine
Da anni, infatti, i legali della famiglia Poggi e i loro consulenti sostengono una ricostruzione diversa, secondo cui la prima aggressione non sarebbe avvenuta all’ingresso ma in cucina. Ora questa tesi viene formalizzata nero su bianco: “Non si tratterebbe di una novità assoluta, l’avvocato Tizzoni e Compagna già lo dicevano dal 2009. Adesso a seguito di una indagine più approfondita, sulla base di documentazione fotografica fatta all’epoca, riteniamo che ci sia qualcosa di oggettivo che lasci pensare che l’inizio dell’aggressione sia in cucina”.
Per chi guarda al caso con gli occhi di oggi, abituato a serie tv e docu–crime, questa differenza non è un dettaglio tecnico: cambiare il punto di partenza dell’aggressione significa riscrivere, almeno in parte, la coreografia di quell’ultima mattina di Chiara. Chi entra, dove va, chi incontra per primo, dove parte il primo colpo.
Il DNA in cucina e la presenza di Stasi
Pur senza entrare nei particolari tecnici, Redaelli lascia trapelare un elemento centrale della sua analisi: “Posso dire al momento che se tutto comincia dalla cucina e se in cucina c’è l’ennesima traccia del condannato – data dal suo DNA sulla cannuccia dell’Estathé – questo non può che confermare la presenza di Alberto Stasi sulla scena del crimine. E le conclusioni di una sentenza di condanna confermata dalla Cassazione”. Un passaggio che rafforza, secondo il consulente, la solidità dell’impianto accusatorio.
La cucina, quindi, non è solo uno sfondo domestico ma diventa uno spazio simbolico del caso: lì c’è l’Estathé, lì c’è quella cannuccia con il DNA di Stasi, lì potrebbe essere iniziata l’aggressione. Ed è su queste immagini che l’opinione pubblica, inevitabilmente, torna a concentrarsi.
La posizione del consulente sulla revisione del processo
L’esperto chiarisce inoltre di non aver individuato elementi in grado di escludere Stasi dalla villetta la mattina dell’omicidio: “Lavoro sugli elementi che ho a disposizione, se poi la Procura svelesse altri elementi che dimostrerebbero il contrario e scagionerebbero Stasi sarei sicuramente a favore di una revisione del processo. Al momento non c’è nulla”. Parole che sottolineano come, allo stato attuale, la nuova perizia non punti a ribaltare la sentenza, ma a rafforzarne alcuni aspetti.
È una posizione che tiene insieme rigore tecnico e apertura a futuri sviluppi: nessuna chiusura pregiudiziale, ma allo stesso tempo la conferma che, con i dati oggi disponibili, la presenza di Alberto Stasi nella villetta resta, per il consulente, un punto fermo.
Impronte, porte e nuovi interrogativi
Un ultimo capitolo riguarda gli accertamenti genetici svolti durante l’incidente probatorio degli scorsi mesi sulla porta della cucina. Come conferma Redaelli, sono state individuate impronte di Giuseppe Poggi, il padre della vittima, quindi di un membro della famiglia. Nessuna traccia invece di Stasi: “Le impronte di Stasi all’interno di quella abitazione, che non fossero ovviamente quelle del dispenser del sapone in bagno, non sono state rilevate. Anche questo è un elemento importante: dopo le dichiarazioni che Stasi fa su come abbia provato in più modi ad aprire la porta a soffietto, non trovare lì nessuna traccia di Alberto Stasi su quella porta è abbastanza strano”. Un dettaglio che, ancora una volta, alimenta interrogativi destinati a far discutere.
Un contrasto che fa riflettere anche chi segue il caso dall’esterno: da un lato, il DNA in cucina che lega Stasi alla casa; dall’altro, l’assenza di impronte su una porta che lui stesso dice di aver cercato di aprire. Sono proprio questi elementi di frizione che tengono vivo il dibattito, tra talk show, social e nuove analisi.
Un caso che parla anche al presente
Il delitto di Garlasco non è solo una vicenda giudiziaria, ma uno specchio di come l’Italia vive i grandi casi di cronaca nera: tra bisogno di verità, curiosità morbosa e attenzione ai dettagli di scena del crimine. La nuova perizia di Dario Redaelli si inserisce in questa narrazione, riportando sotto i riflettori la famiglia Poggi, la villetta di via Pascoli e il nome di Alberto Stasi.
In attesa di capire se e come il documento verrà utilizzato – in un eventuale processo ad Andrea Sempio o in una possibile revisione – una cosa è certa: la domanda “dov’era Stasi quella mattina?” continua a essere il cuore pulsante del caso. E, per il consulente della famiglia Poggi, la risposta è chiara: “Alberto Stasi era lì”.


