Vai al contenuto

Crans-Montana, inchiesta tolta al pm: “Procura di parte, prove inquinate”

Pubblicato: 15/01/2026 07:34

Il dramma che ha colpito la località svizzera di Crans-Montana si arricchisce di un nuovo, inquietante capitolo giudiziario che scuote profondamente le istituzioni del Cantone Vallese. Nonostante il passare dei giorni dal tragico incendio che ha causato 40 vittime e oltre cento feriti, la ricerca della verità sembra essere ostacolata da una gestione dell’inchiesta definita scandalosa dai legali delle famiglie coinvolte. La situazione è precipitata al punto da spingere la difesa a richiedere formalmente la ricusazione dell’intera procura di Sion, accusata di parzialità e di aver commesso gravi negligenze procedurali che avrebbero permesso l’inquinamento delle prove fondamentali per ricostruire le responsabilità della strage.

Un’inchiesta segnata da gravi omissioni procedurali

Il clima di tensione è esploso quando gli avvocati delle vittime hanno denunciato una serie di ritardi inspiegabili nelle attività investigative più urgenti. Le perquisizioni decisive sono state effettuate soltanto il 5 gennaio, un tempo considerato eccessivo per garantire l’integrità dei reperti, specialmente considerando che gli indagati avrebbero avuto tutto il tempo di rimuovere gli account social e i dati digitali del locale già nelle ore successive al rogo. Questa cancellazione di tracce informatiche è iniziata mentre i soccorritori stavano ancora tentando di identificare i corpi e i medici assistevano i 116 feriti nel campo sportivo adibito a ospedale d’emergenza. La difesa sostiene che queste mancanze non siano semplici sviste, ma il segnale di un approccio investigativo che ha tutelato eccessivamente la proprietà del bar a scapito della giustizia per le famiglie dei defunti.

Al centro delle polemiche si è trovata inizialmente la pm Marie Grétillat, il cui operato è stato duramente contestato per aver sistematicamente escluso i legali delle parti offese dalle fasi cruciali dell’istruttoria. Secondo quanto riportato dagli avvocati, il magistrato avrebbe impedito la loro partecipazione alle audizioni dei testimoni, violando apertamente le norme previste dal codice di procedura. La risposta del pm alle legittime richieste di partecipazione è stata giudicata quasi sprezzante, suggerendo che avrebbero potuto chiedere la ripetizione degli atti solo al termine delle indagini di polizia. Questo atteggiamento ha alimentato il sospetto di una gestione opaca, culminata nella clamorosa proposta fatta da un ispettore alle famiglie delle vittime di scegliere i propri difensori tra una rosa di tre nomi suggeriti, uno dei quali legato da vincoli di parentela con un consigliere comunale.

La richiesta di un procuratore esterno al cantone

La gravità degli eventi ha spinto l’avvocato Miriam Mazou a depositare un’istanza formale il 10 gennaio per ottenere la nomina di un magistrato completamente estraneo al territorio vallesano. La legge locale permette questa misura eccezionale in presenza di importanti motivi, che in questo caso coinciderebbero con il rischio concreto di un sistema giudiziario troppo intrecciato con le realtà di potere locali. Le dichiarazioni attribuite alla procura, secondo cui nel Vallese tutti gli avvocati e i magistrati si conoscono, hanno rafforzato l’idea che non possa esserci un giudizio sereno e indipendente se l’indagine rimane entro i confini geografici di Sion. La paura dei familiari è che i legami sociali e professionali tra controllori e controllati possano portare a un insabbiamento delle responsabilità amministrative e penali.

Le responsabilità del comune e le rogatorie internazionali

Parallelamente all’azione svizzera, la procura di Roma ha attivato i canali della cooperazione internazionale inviando una rogatoria per acquisire documenti fondamentali presso gli uffici del Comune di Crans-Montana. L’obiettivo è fare luce sui controlli di sicurezza e sui recenti lavori di ristrutturazione eseguiti nel locale. Gli avvocati premono affinché vengano sequestrati i dispositivi elettronici dei dipendenti comunali per cercare comunicazioni sospette contenenti termini chiave come schiuma, incendio e rischio, sospettando che ci fossero state avvisaglie del pericolo già prima del disastro. Alcuni testimoni avrebbero infatti riferito che i pannelli del soffitto stavano già cedendo giorni prima del rogo e che il materiale isolante appariva deteriorato, suggerendo una negligenza colpevole nella manutenzione dell’edificio.

Il destino degli indagati e il sostegno alle famiglie

Mentre la battaglia legale prosegue, la posizione dei coniugi Moretti rimane al centro del dibattito. Se per Jacques Moretti è scattata la misura cautelare in carcere per evitare ulteriori pericoli di collusione, per la moglie Jessica Moretti i giudici hanno deciso di non concedere i domiciliari, limitandosi al ritiro dei documenti d’identità nonostante le proteste della difesa delle vittime che chiedeva una linea più dura. Nel frattempo, il Consiglio di Stato ha cercato di dare un primo segnale di vicinanza sbloccando fondi di emergenza pari a 10mila franchi per ogni famiglia colpita. Tuttavia, questa somma appare quasi simbolica di fronte all’entità della tragedia e alle incertezze sui risarcimenti futuri, dato che le polizze assicurative del locale e del comune sembrano avere coperture del tutto insufficienti a coprire i danni per una strage di tali proporzioni.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure