Vai al contenuto

Una sfida difficile, “spegnere” la furia di Trump: chi è Larry Fink, co-fondatore del forum di Davos

Pubblicato: 20/01/2026 10:34

Grande attesa e grande punto interrogativo a Davos. L’attesa è per Donald Trump, che arriverà domani in Europa e parteciperà per la prima volta di persona al World Economic Forum. Il punto interrogativo riguarda invece l’esito politico della sua presenza e il ruolo che potrà giocare Larry Fink, nuovo co-presidente del Forum, nel tentativo di disinnescare la mina Groenlandia, che vede contrapposti Stati Uniti ed Europa e rischia di mettere in crisi Nato e alleanza transatlantica.
Uno scenario che inquieta i mercati globali e, in particolare, Fink, amministratore delegato di BlackRock, il più grande gestore di fondi al mondo, con circa 14 trilioni di dollari in asset gestiti.

L’uomo d’affari più potente al mondo e il futuro del Forum

«Ho visto Larry Fink in azione nel suo ufficio: telefono che squilla in continuazione, maestro di diplomazia, trasversale, efficace. È certamente l’uomo d’affari più potente al mondo», ha scritto Mario Platero sul Corriere della Sera. Una definizione che sintetizza il peso specifico di un manager che detiene quote rilevanti in una parte consistente delle aziende quotate globalmente.
Fink si è trovato di fronte a una sfida cruciale: evitare il declino del World Economic Forum dopo la caduta del suo fondatore, Klaus Schwab, per decenni figura centrale e garante di una neutralità che permetteva a Davos di essere il punto d’incontro obbligato tra leader occidentali e non occidentali.
Senza Schwab e senza la sua rete personale di rapporti, il rischio era che il Forum perdesse autorevolezza, centralità ed esclusività. Il primo successo di Fink è stato proprio quello di convincere Trump a partecipare di persona, rilanciando immediatamente il profilo politico dell’evento.

Gli ospiti: Davos torna al centro del potere globale

Sul piano dei numeri, la strategia ha funzionato. Il Wef di quest’anno registra partecipazione record: circa 850 amministratori delegati o presidenti di grandi aziende, oltre 400 leader politici, con 70 capi di Stato o di governo. Tra questi, sei leader del G7, inclusa la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni.

Fink ha inoltre portato a Davos nomi che finora erano rimasti lontani dal Forum. Tra questi Jensen Huang, amministratore delegato di Nvidia, azienda simbolo dell’intelligenza artificiale e tra le più capitalizzate al mondo. Presenti anche Jamie Dimon di JP Morgan, Ken Griffin di Citadel, tornato a Davos dopo quindici anni, e Satya Nadella, ceo di Microsoft. Un parterre che rafforza l’immagine di Davos come epicentro del capitalismo globale.

Gli assenti e la fine della neutralità

Accanto ai successi, emergono però anche i limiti. La nuova governance del Forum, con Fink affiancato da André Hoffmann, vicepresidente di Roche e discendente diretto del fondatore, conferisce al Wef un profilo marcatamente occidentale e americano.
Una trasformazione che sembra aver inciso sulle assenze di peso: Russia, Cina, Brasile e India risultano al momento fuori dal Forum. Un vuoto che evidenzia la crescente polarizzazione tra Occidente e Brics, sempre più intenzionati a costruire un proprio sistema di influenza alternativo.
L’assenza di queste potenze rafforza la percezione di un Occidente in difficoltà, incapace di gestire gli strappi prodotti dall’approccio aggressivo del presidente americano.

Il vero nodo: Trump, Groenlandia e l’asse transatlantico

È qui che la sfida di Larry Fink diventa più grande del destino del Forum. Il vero banco di prova è ricucire il dialogo tra Stati Uniti ed Europa sulla questione Groenlandia. L’atteggiamento di Trump – fatto di minacce, pressioni tariffarie, linguaggio ultimativo e rivendicazioni unilaterali – ha portato la tensione a livelli inediti.
Anche osservatori americani si interrogano sulle reali intenzioni della Casa Bianca. Il contesto geopolitico è cambiato: il sistema multilaterale vacilla e la Groenlandia è un territorio strategico, militarmente ed economicamente, ma l’approccio basato su ricatto e umiliazione degli alleati rischia di produrre una frattura irreversibile.
L’Europa, da sempre, sostiene una soluzione condivisa, nel rispetto del diritto internazionale e possibilmente in ambito Nato. Le ultime mosse di Trump – comprese le dichiarazioni legate al mancato Nobel per la Pace – hanno però spostato il baricentro del dibattito, oscurando altri dossier e mettendo al centro la tenuta stessa dell’alleanza occidentale.

La posta in gioco per Larry Fink

Larry Fink conosce bene il rischio. Per lui la partita non è solo politica, ma sistemica. In gioco non c’è semplicemente il successo di Davos, ma la sopravvivenza di quell’ordine occidentale che ha consentito a colossi come BlackRock, JP Morgan, Nvidia, Microsoft – e all’economia globale – di prosperare per decenni.
La sua sfida, ora, è una sola: convincere Trump a rallentare, a sedersi con gli alleati europei e a trasformare la questione Groenlandia da detonatore geopolitico a soluzione condivisa. Da questo passaggio dipende molto più di un vertice: dipende il futuro dell’Occidente così come lo abbiamo conosciuto.

Continua a leggere su TheSocialPost.it

Ultimo Aggiornamento: 20/01/2026 10:40

Hai scelto di non accettare i cookie

Tuttavia, la pubblicità mirata è un modo per sostenere il lavoro della nostra redazione, che si impegna a fornirvi ogni giorno informazioni di qualità. Accettando i cookie, sarai in grado di accedere ai contenuti e alle funzioni gratuite offerte dal nostro sito.

oppure