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Iran, il governo di Teheran annuncia il pugno duro contro i manifestanti: “Nessuna clemenza”

Pubblicato: 26/01/2026 09:28

Le parole arrivano come un colpo secco, senza ambiguità. In Iran il linguaggio del potere torna a farsi rigido, definitivo, impermeabile a qualsiasi apertura. In queste settimane di proteste diffuse, di piazze attraversate dalla rabbia e dal dolore, la risposta delle istituzioni non cerca mediazioni né compromessi. La linea scelta è quella della forza, annunciata pubblicamente e rivendicata come necessaria per ristabilire l’ordine.

Nel clima di tensione che attraversa la Repubblica islamica, la giustizia diventa lo strumento centrale della repressione. Processi rapidi, condanne esemplari, nessun segnale di indulgenza. Il messaggio è rivolto tanto ai manifestanti quanto alla popolazione nel suo complesso: lo Stato non arretrerà.
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La linea dura di Teheran contro i manifestanti

A ribadire questa posizione è stato il capo del potere giudiziario iraniano, Gholamhossein Mohseni Ejei, che ha promesso processi «nel più breve tempo possibile» per i manifestanti arrestati durante il movimento di protesta che ha scosso il Paese. Le punizioni, ha chiarito, saranno inflitte «senza la minima clemenza» a chi verrà riconosciuto colpevole. Secondo Ejei, «il popolo chiede giustamente» che i presunti responsabili delle rivolte e degli atti violenti vengano giudicati rapidamente.

Nel suo intervento, il capo della magistratura ha parlato di massimo rigore nelle indagini, sottolineando che la giustizia deve colpire chi ha preso le armi, chi ha ucciso, chi si è reso responsabile di incendi e distruzioni. Una definizione ampia, che rischia di includere una parte significativa dei manifestanti finiti in carcere nelle ultime settimane.

Arresti di massa e timori per i diritti umani

Secondo le organizzazioni per i diritti umani, il bilancio della repressione è pesantissimo. Migliaia, se non decine di migliaia di persone, sarebbero state arrestate dall’inizio del movimento di contestazione. Le proteste, esplose all’inizio di gennaio, avrebbero causato migliaia di morti, alimentando un clima di paura e incertezza.

A rafforzare questi timori contribuiscono le immagini trasmesse dalla televisione di Stato, che mostrano lo stesso Mohseni Ejei interrogare personalmente alcuni manifestanti arrestati. Scene che, per i difensori dei diritti umani, evocano il rischio di confessioni forzate e processi sommari, in un contesto già segnato da una drastica compressione delle garanzie legali.

Il ruolo della Guida Suprema e l’ordine di reprimere

Sul piano politico e militare, la repressione sarebbe stata ordinata direttamente dalla Guida Suprema Ali Khamenei. Secondo quanto riferito da fonti citate dal New York Times, il 9 gennaio l’ayatollah avrebbe chiesto alle forze di sicurezza di «schiacciare» le manifestazioni con ogni mezzo necessario. Le indicazioni sarebbero state ancora più dure: sparare per uccidere e non mostrare alcuna pietà.

Bilanci diffusi dall’opposizione parlano di oltre 30mila vittime tra l’8 e il 9 gennaio, numeri che, se confermati, delineerebbero una delle repressioni più violente degli ultimi anni nella storia recente dell’Iran.

Internet, diplomazia e pressioni internazionali

In questo scenario di chiusura totale, l’unico segnale di cauta distensione arriva da Yousef Pezeshkian, figlio del presidente Masoud Pezeshkian, che ha chiesto la revoca delle restrizioni a internet. Bloccare la rete, ha avvertito, non farà che aumentare l’insoddisfazione e ampliare il divario tra popolazione e governo, rinviando un problema destinato comunque a riemergere.

Sul fronte internazionale, intanto, si muovono canali diplomatici delicati. L’inviato di Donald Trump, Steve Witkoff, avrebbe consegnato al presidente americano un messaggio del ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi e una garanzia scritta dello stesso Pezeshkian, nel tentativo di scongiurare un attacco militare contro Teheran. Nonostante le informazioni allarmanti provenienti dall’interno dell’Iran, Witkoff continuerebbe a insistere su una soluzione diplomatica.

Ma mentre la diplomazia cerca spiragli, in Iran il messaggio del potere resta netto: nessuna clemenza per chi protesta. Una scelta che rischia di alimentare ulteriormente la frattura tra Stato e società, lasciando il Paese sospeso tra repressione interna e pressioni esterne.

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