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Edoardo Bove, come sta il calciatore: “Il defibrillatore fa parte di me, si sente al tocco”

Pubblicato: 27/01/2026 09:13

La carriera e la vita di Edoardo Bove ripartono da lontano, ma con uno sguardo finalmente rivolto al futuro. Dopo l’arresto cardiaco che lo ha colpito nel dicembre 2024 durante Fiorentina-Inter, il centrocampista ha attraversato mesi complessi, segnati da interventi medici, riabilitazione e da un inevitabile confronto con il proprio corpo. Oggi quella fase lascia spazio a una nuova pagina, scritta in Inghilterra, con la maglia del Watford, scelta vissuta non come un ripiego ma come una sfida autentica.

L’impianto di un defibrillatore sottocutaneo ha rappresentato uno spartiacque, non solo clinico ma anche umano. Un passaggio che ha imposto a Bove di rallentare, riflettere e imparare ad ascoltarsi. Lui stesso definisce l’ultimo anno come «molto difficile», ma anche decisivo per arrivare a una consapevolezza nuova, fatta di accettazione e fiducia.
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Il Watford come nuovo inizio

Nel raccontare il suo approdo al Watford, Bove insiste sul clima che ha trovato: una squadra vissuta come una famiglia, resa tale anche dalla presenza di figure italiane chiave come il proprietario Gino Pozzo e il direttore tecnico Gianluca Nani. Un contesto che lo ha accolto senza diffidenza, accompagnandolo passo dopo passo in una ripartenza delicata.

Il legame umano diventa centrale. Bove descrive Nani come una presenza costante, capace di sostenerlo con l’attenzione riservata a un figlio o a un fratello minore. Un rapporto che va oltre il campo e che contribuisce a creare quell’equilibrio emotivo necessario per tornare a sentirsi calciatore, prima ancora che atleta.

Convivere con il nuovo corpo

Il ritorno all’attività non è stato immediato né semplice. Bove racconta il percorso di avvicinamento alla corsa, iniziato mesi dopo l’intervento, quando ogni accelerazione riportava alla mente l’episodio vissuto. Il battito percepito, la paura che riaffiora, il peso psicologico di un evento improvviso: tutto fa parte di un processo che richiede tempo.

Il defibrillatore è ormai una presenza quotidiana. Inserito tra le costole e la pelle, visibile al tatto e a occhio nudo senza maglietta, non rappresenta più un limite. Dopo il primo periodo di adattamento, è diventato parte integrante del suo corpo, un elemento con cui convivere senza più conflitti.

Una seconda possibilità

Oggi Bove afferma di non avere più paura. La consapevolezza di aver affrontato il problema nel momento giusto della vita lo accompagna nelle sue scelte. Non troppo giovane per non comprendere, non troppo avanti con l’età per rinunciare a ripartire. Il confronto con più specialisti ha portato a una decisione ponderata: tornare a giocare è possibile, mantenendo controlli costanti e attenzione.

Quella che vive ora è una seconda chance, che va oltre il calcio. È un’occasione di rinascita personale, prima ancora che sportiva. Il Watford diventa così il simbolo di un percorso che unisce prudenza e ambizione, accettazione e desiderio. Per Edoardo Bove, il campo non è solo il luogo del ritorno, ma lo spazio in cui dimostrare che la fragilità può trasformarsi in forza.

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