
Qui dove tutto è cominciato, nella Lombardia produttiva, quella che lavora, esporta e fa fatturato, il generale Roberto Vannacci «non è mai piaciuto granché». Nemmeno tra chi, come lui, ha indossato l’uniforme. Giancarlo Pagliarini, storico dirigente della Lega ed ex ministro al Bilancio, ricorda come persino “il vecchio Paglia”, paracadutista della Folgore, abbia sempre bollato come «un’idiozia totale» i riferimenti di Vannacci alla Decima Mas. E, assicura, anche Umberto Bossi avrebbe detto senza esitazioni: «A me i fascisti non piacciono».
Secondo Pagliarini, «tutta la parte buona del vecchio partito ha ripetuto per mesi che Vannacci era matto». Una parte rimasta silenziosa fino a poco tempo fa, ma mai scomparsa. Accanto alla Lega salviniana esiste infatti un’altra realtà politica, il Patto per il Nord, che ha raccolto negli anni i cosiddetti “bossiani”, rimasti fedeli al Senatùr anche dopo il suo isolamento politico e personale.
Bossi oggi vive ritirato nella villa di Gemonio, affacciata sul cementificio Colacem, simbolo amaro di un’epoca finita. Sulla strada che scende verso il paese resiste ancora la scritta “Grazie Bossi” con il Sole delle Alpi, ma il tempo l’ha sbiadita, proprio come il ricordo di quella Lega Nord che l’8 febbraio 1991, a Pieve Emanuele, celebrava il suo primo congresso federale. Sono passati 35 anni, ma per molti militanti quella data resta fondativa.
Proprio per questo, tra i veterani del Carroccio, l’addio del generale non provoca rimpianti. Anzi. «È un film già visto: il traditore tradito», ironizza Giuseppe Leoni, primo deputato leghista eletto nel 1987 insieme a Bossi. «Ma il primo a tradire è stato Matteo Salvini, che ha messo Bossi in un angolo e ha snaturato la Lega». Una scelta che, secondo Leoni, rendeva inevitabile l’epilogo: «Vive nel tradimento, cosa si aspettava?».

Leoni non risparmia neppure una battuta velenosa: «Salvini ha scambiato il federalismo con il concetto di “federale fascista”». Un’accusa che trova eco nelle parole di Paolo Grimoldi, segretario federale del Patto per il Nord, secondo cui «Vannacci è solo la punta dell’iceberg». Il vero problema, spiega, è che «Salvini ha trasformato la Lega in un partito di estrema destra».
Grimoldi elenca i tradimenti politici: «Addio agli ideali originari, al federalismo fiscale, alla riduzione della pressione fiscale, all’abolizione della legge Fornero. In compenso sono aumentate le accise e sono stati massacrati di tasse i frontalieri di Varese e Verbania». Quanto al progetto politico, conclude amaramente, «la “Salvini Premier” sembra averne uno solo: il Ponte sullo Stretto di Messina».
Per riaffermare le radici del movimento, Grimoldi ha rilanciato sui social un vecchio video di Bossi contro i fascisti, riaprendo una ferita mai rimarginata. «Umberto diceva sempre: “Mio padre era partigiano, mai con i fascisti”», ricorda Roberto Bernardelli, deputato leghista dal 1994 al 1996. «Una volta arrivò persino a dire che i fascisti li avrebbe presi casa per casa».

Bernardelli racconta anche l’ascesa di Salvini: «Non è mai stato un genio. L’ho visto crescere politicamente a Milano, sfruttando Radio Padania per farsi pubblicità personale». Quanto a Vannacci, dice di averlo incontrato una sola volta: «Sulle macro-regioni e su un’Europa confederale diceva sì. Per il resto, è chiaramente estrema destra fascista».
Eppure, sottolinea Bernardelli, su un punto Vannacci ha ragione: «Salvini non ha mantenuto nessuna promessa elettorale». La storia del tank dei Serenissimi, il tentativo secessionista del 1997 a Venezia, è ormai parte dell’epica leghista. Oggi Bernardelli conduce una trasmissione televisiva seguita da centinaia di migliaia di spettatori, ma l’obiettivo politico resta lo stesso: la Lombardia, il cuore del Nord produttivo.
Perché, nonostante l’uscita di scena di Vannacci, «le cose non cambiano», avverte Pagliarini. «Resta Salvini, che continua scandalosamente a usare il nome Lega, senza rappresentarne la storia». Una distinzione netta, ribadisce Grimoldi: «Noi separiamo i leghisti veri dalla “Salvini Premier”». E dal Nord — assicurano — stanno arrivando sempre più amministratori, ex parlamentari e militanti pronti a tornare alle origini. Dove tutto, ancora una volta, è cominciato.


