
La sinistra italiana ha elevato la paura a filosofia politica e trasformato la paranoia in un vero e proprio metodo di governo dell’opinione pubblica. Non si limita più a leggere la realtà: la filtra attraverso un prisma di allarme permanente, come se ogni alba portasse con sé il rischio imminente di un golpe o di un ritorno del Ventennio. Se non esiste un nemico assoluto, lo si costruisce con la stessa naturalezza con cui si scrive un tweet indignato o si convoca una conferenza stampa. Dove ci sono normali conflitti democratici, viene proiettato uno scontro cosmico tra civiltà e barbarie; dove esiste pluralismo, si grida al “regime”.
Questa fissazione non nasce dal caso, ma da una crisi culturale e identitaria profonda. Avendo smarrito una visione credibile di futuro – un progetto capace di parlare a lavoratori, ceti medi, giovani, periferie – la sinistra ha scelto la scorciatoia morale: non persuadere, ma terrorizzare. Ogni avversario politico diventa automaticamente fascista, ogni riforma sgradita si trasforma in “assalto ai diritti”, ogni decisione di una maggioranza legittimamente eletta viene narrata come anticamera della dittatura. È una strategia comoda: evita la fatica di studiare i dossier, di argomentare nel merito, di confrontarsi davvero con chi la pensa diversamente. Se l’altro è il Male con la M maiuscola, non serve discutere: basta urlare allo scandalo e indossare la fascia da partigiani dell’ultima ora.
Il linguaggio che ne deriva è iperbolico, teatrale, gonfio fino al grottesco. Un decreto tecnico diventa “legge liberticida”, una vittoria elettorale della destra viene descritta come “deriva autoritaria”, un normale dibattito parlamentare viene raccontato come l’ultima battaglia prima della notte totalitaria. La democrazia, invece di essere spazio di confronto razionale, viene trasformata in una saga fantasy: da una parte i cavalieri della luce, dall’altra un’oscura armata pronta a calpestare Costituzione, diritti e memoria storica.
C’è un’ironia potente – e per certi versi tragica – in tutto questo. Chi denuncia il “pensiero unico” pratica spesso il proprio con zelo quasi clericale. Chi grida al pericolo per la libertà è talvolta il primo a voler cancellare, boicottare o silenziare opinioni sgradite. L’antifascismo permanente è diventato una coperta di Linus ideologica: rassicura, consola, giustifica ogni fallimento politico, ma impedisce di crescere.
Questa ossessione per il nemico produce un cortocircuito cognitivo. Se tutto è fascismo, nulla è davvero fascismo; se ogni governo è dittatura, nessuna dittatura viene più riconosciuta; se ogni riforma è autoritarismo, si perde la capacità di distinguere tra potere legittimo e abuso reale. Parole gravissime della storia italiana vengono inflazionate e trasformate in slogan da talk show.
Nel frattempo il Paese discute di lavoro, salari, sicurezza, sanità, scuola, guerra e pace. Temi concreti che richiederebbero proposte serie, non sermoni moralistici. Una forza politica che vive solo “contro” qualcuno e mai “per” qualcosa rischia di parlare sempre più a una bolla ristretta di militanti e opinionisti, mentre il resto della società continua a decidere altrove.
In fondo, la retorica del nemico assoluto è il segno di una debolezza politica, non di una forza. Una politica matura non ha bisogno di mostri per esistere: ha bisogno di idee, visione e capacità di convincere. Finché si continueranno a vedere dittature dietro ogni angolo e fascismi in ogni avversario, si resterà prigionieri di un passato evocato come arma retorica, mentre il futuro scorrerà senza aspettare.


