
“Sapendo che il presidente americano Donald Trump non è sensibile al tema dei diritti umani, la Repubblica islamica ha voluto dare un messaggio ai dissidenti che si trovano all’interno del Paese”. Con queste parole l’attivista iraniano Taghi Rahmani ha commentato all’Adnkronos il nuovo arresto della moglie, Narges Mohammadi, Premio Nobel per la Pace 2023.
Secondo Rahmani, l’obiettivo delle autorità di Teheran è chiaro: dimostrare che «possono permettersi di perseguitare, arrestare e condannare chiunque mostri dissenso nei confronti della Repubblica islamica», in un contesto che definisce «particolarmente preoccupante e pericoloso».
Un messaggio ai dissidenti interni
Per il marito della Nobel, la condanna inflitta a Mohammadi non rappresenta solo un attacco personale, ma un segnale politico rivolto all’interno del Paese. “Questa condanna a Narges e l’ondata di arresti sono un messaggio a chi si trova all’interno dell’Iran”, ha spiegato.
Rahmani ritiene che si tratti soprattutto di un messaggio a uso interno, volto a rafforzare il controllo e a intimidire attivisti e oppositori. «Probabilmente è un messaggio per far capire che gli attivisti civili verranno sottoposti a maggiori pressioni e che ci sarà un inasprimento delle pene», ha sottolineato.
L’esilio a Parigi e il lungo carcere
Taghi Rahmani vive in esilio a Parigi dal 2012 insieme ai figli. In precedenza ha trascorso 14 anni in carcere in Iran per il suo impegno a favore dei diritti umani. È stato definito da Reporters sans frontières “il giornalista più spesso incarcerato”.
“Ovviamente ci tengo moltissimo a Narges perché è mia moglie e sono molto preoccupato per lei, ma non solo per lei”, ha aggiunto Rahmani, ampliando la riflessione alla condizione generale dei dissidenti iraniani.
Le sue parole si inseriscono in un quadro di crescente tensione tra Teheran e la comunità internazionale sul rispetto dei diritti civili e politici, mentre la repressione interna continua a colpire attivisti, giornalisti e oppositori del regime.


