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“Donna, ma si sente uomo”. La prima transgender delle olimpiadi invernali: nuove polemiche dopo il caso Imane Khelif

Pubblicato: 11/02/2026 09:22

Un salto, una traiettoria perfetta sulla neve compatta, poi l’errore che spezza il ritmo della prova. A Livigno, sotto lo sguardo attento di tecnici e pubblico, non è andata in scena soltanto una gara di sci freestyle, ma un passaggio destinato a restare negli annali dello sport. Le Olimpiadi, da sempre teatro di primati e record, hanno registrato un evento che va oltre il risultato sportivo.

Ogni edizione dei Giochi porta con sé storie che travalicano la competizione. Questa volta il riflettore si è acceso su identità, regolamenti e inclusione. Temi che da anni attraversano il dibattito internazionale e che tornano ciclicamente al centro dell’attenzione quando lo sport incontra le trasformazioni sociali.
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Elis Lundholm prima atleta transgender alle Olimpiadi invernali

A scrivere una pagina inedita è stata Elis Lundholm, sciatrice freestyle svedese di 23 anni, specialista delle gobbe, che a Livigno è diventata la prima atleta apertamente transgender a partecipare alle Olimpiadi invernali. Un traguardo simbolico che segna un punto di svolta nella storia olimpica.

Lundholm si identifica come uomo pur essendo biologicamente donna. Nelle qualificazioni femminili ha chiuso all’ultimo posto dopo un errore nella prova che le ha impedito di ottenere il pass diretto per la finale. La competizione, tuttavia, non si è conclusa: mercoledì è previsto un secondo turno di qualificazione, dal quale emergeranno le ultime atlete ammesse alla fase decisiva. Solo le prime dieci classificate hanno infatti conquistato l’accesso immediato alla finale.

Al di là del piazzamento, la partecipazione della sciatrice ha assunto un significato che va oltre la classifica. La sua presenza ai Giochi rappresenta un momento chiave nel confronto internazionale sul tema degli atleti transgender nello sport.

Le regole olimpiche e la questione dell’identità di genere

La partecipazione di Lundholm è stata resa possibile dalle attuali normative olimpiche. Non avendo intrapreso un percorso chirurgico di riaffermazione di genere né modificato legalmente la propria identità, l’atleta è stata inserita nella squadra femminile dal Comitato Olimpico svedese, in conformità ai regolamenti vigenti.

Un uomo transgender è una persona con identità di genere maschile a cui è stato assegnato il sesso femminile alla nascita. È una distinzione che spesso genera confusione nel dibattito pubblico e che, con l’avvio dei Giochi, è tornata sotto i riflettori. Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) negli ultimi anni ha adottato linee guida volte a bilanciare inclusione e criteri di equità competitiva, lasciando alle federazioni internazionali l’applicazione concreta delle regole.

I precedenti di Parigi 2024

Il confronto sul tema non è nuovo alle Olimpiadi. Già durante Parigi 2024 si era acceso un acceso dibattito attorno alle pugili Imane Khelif e Lin Yu-ting. In quel caso, però, non si trattava di atlete transgender. Entrambe nate e registrate come donne, erano finite al centro di polemiche per presunti “test di genere” non meglio precisati ai Mondiali 2023, con riferimenti a cromosomi XY mai supportati da documentazione medica pubblica.

Il CIO intervenne difendendo le due atlete e definendo arbitrari i test condotti dall’IBA, federazione non più riconosciuta dal Comitato Olimpico. Le pugili furono ritenute pienamente idonee a competere.

Sempre a Parigi 2024 si era distinta la mezzofondista statunitense Nikki Hiltz, nata donna e prima atleta dichiaratamente trans e non binaria a partecipare ai Giochi, diventata simbolo della comunità Lgbtq+.

La partecipazione di Elis Lundholm alle Olimpiadi invernali riporta ora il tema al centro del panorama sportivo internazionale. Tra risultati sul campo e discussioni regolamentari, lo sport continua a confrontarsi con una società in evoluzione, chiamata a trovare un equilibrio tra inclusione, identità e competizione.

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