
L’Italia è un Paese sospeso su un equilibrio fragilissimo, una nazione che letteralmente “poggia” sulle frane. Il caso di Niscemi, che sta scuotendo l’opinione pubblica in queste ore, non è che l’ultima fotografia di un’emergenza strutturale. Mentre la spesa pubblica continua a rincorrere l’urgenza piuttosto che investire nella prevenzione, milioni di cittadini convivono con il pericolo sotto i piedi. Secondo le stime dell’Ispra, sono oltre 5,7 milioni gli italiani residenti in aree esposte a rischio idrogeologico, di cui 1,2 milioni abitano in zone a pericolosità elevata o molto elevata. Regioni come Campania, Toscana, Sicilia e Liguria guidano questa triste classifica, con province come Napoli, Genova e Firenze drammaticamente in prima linea.
Il quadro è impietoso: l’inventario nazionale ha censito oltre 684.000 frane. Non è solo una questione di geologia — il 75% del territorio è montano-collinare — ma di un’urbanizzazione selvaggia iniziata nel secondo Dopoguerra che non ha mai guardato in faccia la fragilità del suolo. A peggiorare tutto è arrivato il fattore climatico: precipitazioni concentrate e violente rendono “naturali” colate rapide e cedimenti superficiali. Il caso dell’Emilia-Romagna nel maggio 2023 è emblematico: due eventi meteorologici ravvicinati hanno innescato la cifra mostruosa di oltre 80.000 frane.
Dai borghi fantasma alle città che muoiono
Il nostro viaggio nel dissesto tocca borghi medievali arroccati su rupi che si sgretolano. Civita di Bagnoregio, nel viterbese, è tristemente nota come “La città che muore” perché la rupe di argilla e tufo su cui poggia arretra mediamente di 7 centimetri l’anno. Non va meglio a Roma, dove la frazione di Isola Farnese è rimasta isolata per il crollo di un costone che ha bloccato l’unica via d’accesso. In Umbria, solo una “legge speciale” nel 1978 ha permesso di salvare centri storici come Todi e Orvieto, mentre nelle Marche la “grande frana” di Ancona del 1982 continua a muoversi ancora oggi, decenni dopo aver distrutto 300 edifici.
In Sicilia, oltre a Niscemi, la situazione di San Fratello è storica: una frana attiva dal Settecento che nel 2010 ha portato all’evacuazione di 1.500 persone. Nel 2023, l’ennesimo crollo di un costone ha costretto altri cento abitanti a lasciare le proprie case. Spesso il cedimento colpisce anche i luoghi della memoria: il crollo del cimitero di Camogli nel 2021, con oltre 400 bare finite in mare, ha aperto un contenzioso giudiziario che, a gennaio 2026, ha visto il Comune chiamato a risarcimenti milionari. In casi estremi, come a Cavallerizzo in Calabria, la soluzione è stata drastica: la “delocalizzazione”. Il paese è stato interamente spostato dopo che la frana del 2005 ha reso inagibile il centro storico, un destino che, a causa dell’erosione e del clima, potrebbe presto toccare ad altri borghi italiani.


