
Nuova stretta repressiva in Iran mentre cresce la tensione anche sul piano internazionale. Un tribunale rivoluzionario ha emesso 14 condanne a morte nei confronti di manifestanti arrestati durante le recenti proteste antigovernative. Parallelamente, i Guardiani della rivoluzione hanno avviato esercitazioni militari nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, snodo strategico per il traffico energetico globale.
Processi online e repressione interna
Secondo quanto riportato dall’emittente Iran International, che cita fonti interne alla magistratura, le sentenze capitali sarebbero state pronunciate al termine di un processo interamente celebrato online. Le udienze sarebbero state convocate dal giudice Abolghasem Salavati, capo della Sezione 15 della Corte rivoluzionaria, e organizzate in forma collettiva per più imputati contemporaneamente.
La decisione si inserisce in un contesto di repressione estesa contro le manifestazioni che nelle ultime settimane hanno attraversato numerose città iraniane, alimentate da richieste di cambiamento politico e da un diffuso malcontento economico.
Le cifre sulle vittime restano difficili da verificare in modo indipendente, anche a causa delle interruzioni di Internet e dei blackout delle telecomunicazioni imposti dalle autorità nei momenti più critici. L’organizzazione per i diritti umani “Iran Human Rights” parla di oltre 6.800 morti accertati, con più di 11 mila casi ancora in fase di verifica.
Il governo di Teheran respinge le accuse di violazioni sistematiche e sostiene che le misure adottate rientrano nel “mantenimento dell’ordine pubblico”. Il capo della magistratura ha difeso la rapidità dei procedimenti, affermando che i processi devono essere celeri per punire chi avrebbe compiuto “atti violenti contro lo Stato”.
Condanne internazionali e richieste di moratoria
La nuova ondata di sentenze capitali ha suscitato condanne da parte di organizzazioni internazionali per i diritti umani e di diversi governi occidentali, che chiedono il rispetto delle garanzie processuali e una moratoria immediata sulle pene di morte per motivi politici.
Le ONG denunciano in particolare l’assenza di trasparenza, l’impossibilità di accesso a una difesa adeguata e la celebrazione di processi collettivi in modalità virtuale, elementi ritenuti incompatibili con gli standard internazionali.
Manovre militari nello Stretto di Hormuz
Mentre la tensione interna resta alta, sul piano esterno l’Iran ha avviato esercitazioni militari nello Stretto di Hormuz, passaggio attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale.
Le manovre dei Pasdaran includono test missilistici e simulazioni navali nel Golfo Persico e nel Mare di Oman. Le autorità iraniane hanno presentato le esercitazioni come preparazione a “potenziali minacce alla sicurezza”, ma il tempismo è stato interpretato da diversi osservatori come un segnale politico rivolto alla comunità internazionale e in particolare agli Stati Uniti.
Nella regione è aumentata anche la presenza navale statunitense, con gruppi d’attacco di portaerei dispiegati come strumento di pressione diplomatica.
Negoziati nucleari e stallo diplomatico
Parallelamente, sono in corso a Ginevra nuovi colloqui sul programma nucleare iraniano tra Iran e Stati Uniti, con la mediazione dell’Oman. Al centro del confronto restano l’arricchimento dell’uranio e i meccanismi di controllo sulle attività atomiche civili.
Washington chiede limiti più stringenti e maggiore trasparenza, mentre Teheran rivendica il diritto allo sviluppo di tecnologia nucleare civile. Il segretario di Stato americano ha avvertito che sarà difficile raggiungere un’intesa senza compromessi sui punti fondamentali delle restrizioni richieste.
Un quadro sempre più instabile
La combinazione tra repressione interna, condanne capitali e crescente tensione militare nel Golfo delinea uno scenario particolarmente delicato. Le proteste continuano in diverse aree del Paese, mentre la pressione diplomatica internazionale resta alta.
Le prossime settimane saranno decisive sia per l’evoluzione della crisi interna sia per l’esito dei negoziati sul nucleare, in un contesto in cui diritti umani, sicurezza regionale ed equilibri energetici globali si intrecciano in modo sempre più stretto.


