
La tensione tra Europa e Stati Uniti si riflette anche sul terreno della tecnologia militare. A far discutere sono le dichiarazioni del segretario alla Difesa olandese Gijs Tuinman, che ha evocato la possibilità di “craccare” il software degli F-35 per sottrarre i velivoli a un eventuale blocco da parte americana.
Un’affermazione che tocca uno dei nervi scoperti dell’Alleanza Atlantica: la dipendenza tecnologica europea dal sistema d’arma simbolo della supremazia occidentale.
Il nodo del software e la dipendenza dagli Usa
L’F-35 di Lockheed Martin è oggi l’unico caccia di quinta generazione pienamente operativo in dotazione ai Paesi Nato. Ma le sue capacità dipendono in larga parte dal software proprietario statunitense.
Il “cervello” elettronico del velivolo viene caricato sotto stretto controllo americano, anche negli impianti europei come quello di Cameri, in Italia. Inoltre, gli aggiornamenti del sistema di combattimento vengono distribuiti attraverso piattaforme cloud militari – inizialmente l’ALIS (Autonomic Logistics Information System), poi sostituito dall’ODIN (Operational Data Integrated Network) – che raccolgono e gestiscono in tempo reale i dati operativi di ogni aereo.
Questo significa che Washington mantiene un controllo strategico sugli aggiornamenti e sull’infrastruttura digitale che consente al caccia di operare al massimo delle sue capacità.
L’ipotesi del “crack” e il piano B olandese
Tuinman, ufficiale delle forze speciali con esperienza in Afghanistan e oggi responsabile delle forniture e dell’innovazione nella Difesa olandese, ha ventilato l’ipotesi di un “piano B”: aggirare le protezioni del codice per introdurre aggiornamenti autonomi e rendere l’F-35 “completamente europeo”.
I Paesi Bassi hanno ordinato 57 esemplari, che costituiranno l’intera flotta da combattimento nazionale. Le sue parole rappresentano un segnale politico forte, proveniente da uno degli alleati storici di Washington.
Dietro la provocazione si intravede un timore: che in caso di divergenze strategiche, gli Stati Uniti possano limitare l’operatività dei caccia o bloccare gli aggiornamenti critici.
Il caso Canada e la corsa all’autonomia
Il malessere non riguarda solo l’Europa continentale. Il Canada, secondo anticipazioni del Financial Times, sta valutando un piano di riarmo che punta a destinare fino al 5% del Pil alla difesa, con l’obiettivo di produrre in patria il 70% dei sistemi acquistati.
Ottawa aveva annunciato nel 2023 l’acquisto di 88 F-35 per un valore di 19 miliardi di dollari, ma la scelta è stata successivamente sospesa. Tra le alternative allo studio figurano il caccia svedese Gripen e il francese Rafale, velivoli di quarta generazione ma privi dei vincoli tecnologici imposti dal Pentagono.
Il “firewall” per la sovranità dei dati
Un precedente significativo è quello di Israele, unico Paese ad aver ottenuto piena autonomia sul software dei propri F-35.
Alcuni partner, tra cui Italia e Olanda, hanno invece negoziato la possibilità di introdurre un “firewall” per limitare la condivisione automatica dei dati raccolti dai velivoli. L’obiettivo è preservare almeno in parte la sovranità sulle informazioni sensibili.
Secondo quanto emerso negli anni scorsi, questa personalizzazione sarebbe costata circa 26 milioni di dollari, in base a un contratto approvato dal Congresso americano.
La questione strategica
Il dibattito sull’F-35 va oltre l’aspetto tecnico. Riguarda la capacità dell’Europa di dotarsi di strumenti militari avanzati senza dipendere interamente dall’infrastruttura digitale e politica degli Stati Uniti.
Le dichiarazioni di Tuinman segnano un punto di svolta simbolico: anche tra gli alleati più fedeli cresce la consapevolezza che la sovranità tecnologica è ormai una componente essenziale della sicurezza nazionale.
Il confronto resta aperto e si inserisce in un contesto più ampio di ridefinizione degli equilibri transatlantici, dove industria, difesa e politica estera si intrecciano in modo sempre più stretto.


