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“Ero lì, ho visto tutto”: Garlasco, la bomba dopo 19 anni: chi parla oggi, “C’era sangue…” VIDEO

Pubblicato: 18/02/2026 18:31

A 19 anni dal delitto di Garlasco, uno dei casi più discussi della cronaca italiana torna al centro dell’attenzione. Non per una nuova svolta processuale, ma per il racconto di chi, la mattina del 13 agosto 2007, entrò per primo nella villetta di via Pascoli e si trovò davanti a una scena che avrebbe segnato per sempre la memoria di molti.

Negli studi di Mattino Cinque hanno parlato due carabinieri presenti nelle primissime fasi: l’ex Maresciallo Roberto Pennini e il Colonnello Gennaro Cassese. Il focus è tutto su ciò che videro e su come, in quelle ore decisive, venne gestita la documentazione della scena del crimine.

Garlasco, le ultime sul caso

“Quella mattina ero di riposo ma sono stato contattato dai colleghi per fare delle foto”, ha spiegato l’ex Maresciallo dei Carabinieri Roberto Pennini. Un passaggio che restituisce, in modo immediato, l’improvvisa accelerazione di una giornata iniziata come tante e diventata in poche ore una tragedia.

“Andai quindi in caserma per prendere due macchine fotografiche: una analogica e una digitale. Arrivato in via Pascoli trovai Alberto Stasi poggiato su un muretto con un collega, mi sembrava abbastanza normale. All’interno del cortile c’era il personale del 118 e il medico che aveva appena fatto l’accesso, ho chiesto loro guanti e calzari. Una volta entrato la scena era orribile, le immagini che si vedono in televisione non rendono la realtà. C’era veramente una quantità di sangue impressionante che lasciava intendere una crudeltà molto violenta della persona che le si è avavento addosso”.

Chiara Poggi, immagine legata al caso di Garlasco

Le prime ore nella villetta di via Pascoli

Il racconto di Pennini resta ancorato ai dettagli operativi: la chiamata, il passaggio in caserma, l’arrivo sul posto e le precauzioni prima di entrare. La sua missione, in quel momento, era chiara: documentare tutto con precisione, fissando su pellicola e digitale elementi destinati a diventare centrali nelle analisi successive.

È un punto che, a distanza di anni, conserva un impatto forte: la differenza tra ciò che passa in televisione e ciò che si vede davvero. Una distanza che, nelle parole dell’ex Maresciallo, diventa una fotografia emotiva oltre che tecnica, perché racconta lo shock di una scena che non assomiglia a nulla di ordinario.

Alberto Stasi a Garlasco, immagine collegata al caso Poggi

Le immagini e la memoria che resta

“Ho fotografato il corpo di Chiara Poggi con entrambe le macchine fotografiche. Una volta usciti i nostri calzari erano imbrattati di sangue. È stato un evento talmente brutto che ho ancora in mente tutto di quel giorno”, ha aggiunto Pennini, sottolineando quanto quella mattina sia rimasta impressa nella sua memoria.

Nel racconto riaffiora anche l’aspetto più umano: non un intervento come gli altri, ma un’esperienza che segna, e che continua a pesare anche dopo quasi due decenni. Le immagini, nate come prova, diventano inevitabilmente un frammento di ricordo difficile da archiviare.

Immagine collegata agli approfondimenti sul caso di Garlasco

L’osservazione tecnica di Gennaro Cassese

A intervenire è stato anche il Colonnello Gennaro Cassese, che ha voluto chiarire un elemento cruciale della scena. “Quella scena dava bene l’idea dell’accanimento che c’è stato sul corpo di Chiara. Non è stato un omicidio normale. Le varie gole di sangue erano a distanza l’uno dall’altra e questo vuol dire che quel corpo era stato attinto più volte e non in un unico posto”.

È un’osservazione che resta sul piano tecnico, ma che rende immediata la dinamica di un’aggressione descritta come di estrema violenza. Un dettaglio che, senza aggiungere elementi processuali, aiuta a comprendere perché quelle prime ore siano state determinanti per l’impostazione delle indagini.

Perché se ne parla ancora oggi

Nel corso della trasmissione, il racconto ha riportato in superficie dettagli rimasti per anni tra ricostruzioni e atti. Dopo 19 anni, quelle parole non cambiano il quadro giudiziario, ma riaccendono l’attenzione sul momento in cui tutto è cominciato: l’ingresso in casa, la documentazione, la constatazione di una scena sconvolgente.

Il caso di Garlasco continua così a interrogare l’opinione pubblica. E il racconto dei due carabinieri, pronunciato a distanza di tempo, riapre una ferita che per molti non si è mai chiusa del tutto, in attesa di eventuali sviluppi futuri.

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