
Il vertice globale sull’intelligenza artificiale del 2026, ospitato a Nuova Delhi, ha segnato un cambio di clima nei confronti dell’Unione europea. Se solo pochi anni fa Bruxelles veniva considerata un punto di riferimento nel dibattito internazionale sulla governance dell’IA, oggi l’approccio europeo è finito nel mirino di governi, aziende e osservatori del settore.
Il messaggio emerso con chiarezza durante la settimana di incontri e panel è stato diretto: non seguire il modello europeo.
Dal ruolo guida alle critiche internazionali
Nel 2023, al primo summit sulla sicurezza dell’IA nel Regno Unito, l’Unione europea era impegnata nella definizione della sua prima legge organica sull’intelligenza artificiale, l’Artificial Intelligence Act. Bruxelles veniva allora percepita come una voce guida nella definizione di standard globali.
A Nuova Delhi, lo scenario è apparso ribaltato. La normativa europea è stata citata più volte come esempio di regolamentazione eccessiva.
Sriram Krishnan, consigliere senior della Casa Bianca per le politiche sull’intelligenza artificiale, ha sottolineato che l’atmosfera europea dovrebbe essere più orientata all’innovazione, meno alla governance e meno al pessimismo, aggiungendo che la legge dell’Ue non sarebbe realmente favorevole a un imprenditore che vuole sviluppare una tecnologia di base.
Anche dal settore privato sono arrivate valutazioni critiche. Amanda Brock, CEO di Open UK, ha parlato apertamente di un errore strategico: secondo la dirigente, Bruxelles si sarebbe mossa troppo in fretta e troppo presto, tentando di normare un ambito ancora in rapida evoluzione e non pienamente compreso.
Un modello poco imitato
Dall’approvazione dell’AI Act nel 2024, pochi Paesi hanno scelto di replicare l’impostazione europea. L’India, padrona di casa del vertice, ha presentato un modello definito “leggero”, basato su un approccio attendista e su interventi mirati contro danni specifici, come i deepfake.
Questa impostazione riflette una tendenza più ampia: molte economie preferiscono favorire la competitività e gli investimenti, intervenendo solo in presenza di rischi concreti, piuttosto che adottare un impianto normativo complessivo e preventivo come quello europeo.
Nel frattempo, Bruxelles si è trovata a gestire un equilibrio complesso tra l’ambizione di fissare standard globali e la necessità di attrarre capitali e talenti. Negli ultimi mesi, le istituzioni europee hanno lavorato per attuare l’AI Act, rivedendo però alcune disposizioni considerate troppo onerose dalle imprese.
Una presenza europea meno centrale
Se al vertice di Parigi la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, era stata tra le protagoniste, a Nuova Delhi la presenza istituzionale dell’Ue è apparsa più defilata.
La Commissione europea ha programmato i propri interventi nelle fasi finali del summit, con due panel dedicati rispettivamente alle linee guida volontarie per i modelli più avanzati — come GPT di OpenAI e Gemini di Google — e ai piani per rafforzare la capacità di calcolo europea attraverso nuove infrastrutture.
Henna Virkkunen, responsabile tecnologica dell’Ue, ha ribadito che la leadership europea nell’IA passa attraverso una combinazione di investimenti, scalabilità e governance responsabile, evitando però uno scontro diretto con le critiche statunitensi.
Le divisioni sul livello di regolamentazione
Anche tra i rappresentanti europei le posizioni non sono monolitiche. L’eurodeputato italiano Brando Benifei ha definito quella statunitense una posizione piuttosto isolata, pur riconoscendo che esistono differenti sensibilità nel mondo sul grado di regolamentazione necessario.
Secondo Amber Sinha, direttore esecutivo del gruppo per i diritti digitali EDRi, uno dei pochi ambiti in cui l’Europa potrebbe ottenere consenso riguarda le linee guida volontarie per la valutazione dei rischi. Tuttavia, non si registra al momento una vera convergenza internazionale sull’impianto normativo europeo.
Anche il presidente francese Emmanuel Macron ha cercato di difendere l’impostazione di Bruxelles, sottolineando che l’Europa non sarebbe ciecamente concentrata sulla regolamentazione. Un intervento che però non ha invertito la percezione di un’Unione in difficoltà nel promuovere il proprio modello.
Standard giusti, ma in salita
Alcune voci hanno invitato a non liquidare troppo rapidamente l’approccio europeo. Mark Surman, presidente di Mozilla, ha definito l’AI Act e il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) come i giusti tipi di standard, pur riconoscendo che in un contesto geopolitico polarizzato risulta sempre più difficile per una singola regione imporre regole globali.
Il vertice di Nuova Delhi ha così evidenziato una tensione crescente: da un lato la volontà europea di coniugare innovazione e tutela dei diritti, dall’altro una competizione internazionale che premia rapidità, flessibilità e investimenti massicci. La sfida per Bruxelles sarà dimostrare che regolamentare non significa frenare, ma orientare lo sviluppo tecnologico senza perdere terreno nella corsa globale all’intelligenza artificiale.


