
Un grido di aiuto e pentimento affidato a pochi fogli di carta che scuotono l’opinione pubblica. È emersa in queste ore la lettera scritta da Carmelo Cinturrino, l’assistente capo della Polizia di Stato attualmente accusato di omicidio volontario per la morte del ventottenne Abderrahim Mansouri. Tra le righe della missiva, l’agente descrive uno stato d’animo diviso tra il rimorso e la giustificazione, ammettendo l’errore ma ribadendo con forza di aver agito sotto la spinta del panico. “Vorrei scusarmi con tutti per quello che è successo. Credetemi, ho avuto paura. Prima che quel ragazzo mi colpisse, poi dopo aver sparato, delle conseguenze del mio gesto”, scrive Cinturrino, cercando di spiegare i drammatici istanti che hanno portato allo sparo fatale.
La difesa tra dedizione e paura
Mentre l’indagato si dice “triste e pentito”, il suo legale, l’avvocato Piero Porciani, è intervenuto per difendere l’onorabilità del suo assistito, respingendo le ombre che lo vorrebbero colluso con il mondo del piccolo spaccio. “Mi ha ribadito di non aver mai preso nulla da nessuno, anche il suo tenore di vita non era quello di un corrotto. Era il tenore di vita di uno che faceva il suo lavoro con dedizione”, ha spiegato il legale, cercando di allontanare l’immagine di un poliziotto che chiedeva il pizzo ai pusher. Secondo Porciani, il comportamento successivo allo sparo sarebbe stato dettato da una fragilità emotiva estrema: “In quel momento ha avuto paura, prima di essere colpito dal Mansouri, e poi di essere colpito dalla giustizia”.
Cinturrino, nel suo scritto, tiene a sottolineare il proprio passato immacolato, citando gli encomi e le lodi ricevute negli anni di servizio tra le volanti e il commissariato di Mecenate. Un curriculum che, a suo dire, dimostrerebbe la sua natura di “onesto e servitore dello Stato”. La conclusione della lettera è un amaro riconoscimento della propria colpa: “Quel ragazzo doveva essere in prigione e non morto. Mi dispiace anche per la sua famiglia. Perdonatemi, pagherò per il mio errore”.

