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Crans-Montana, la furia di una madre contro Jessica Moretti: “Ecco cosa puoi fare!”

Pubblicato: 05/06/2026 13:27

Il silenzio di un’aula gremita può essere più assordante di qualsiasi rumore. Gli sguardi si incrociano, le mani si stringono nervosamente, mentre il peso di una tragedia collettiva torna a farsi sentire con tutta la sua forza. È in questi momenti che il dolore si trasforma in attesa, e l’attesa in bisogno di verità.

Ogni parola pronunciata assume un valore diverso, ogni dichiarazione può diventare una ferita o un tentativo di ricostruzione. Da una parte chi è chiamato a difendersi, dall’altra chi cerca risposte per un vuoto che non potrà mai essere colmato. In mezzo, una tragedia che continua a interrogare coscienze e responsabilità.
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Il confronto in aula a Sion

È a Sion, in Svizzera, che si è consumato uno dei momenti più delicati dell’inchiesta sull’incendio di Capodanno avvenuto nel discobar “Le Constellation” di Crans-Montana. Davanti ai magistrati si sono presentati i coniugi Jacques e Jessica Moretti, titolari del locale, giunti in tribunale sotto scorta e attraverso un ingresso secondario.

L’udienza si è svolta in un clima di forte tensione, con la presenza della procuratrice generale aggiunta del Vallese e di numerosi legali delle parti civili. Sul banco degli imputati, insieme ad altri indagati, pesano accuse gravissime: omicidio colposo, lesioni personali e incendio doloso per negligenza. Il bilancio della tragedia resta drammatico: 41 vittime e oltre 100 feriti.

Le parole di Jessica Moretti e la reazione dei familiari

Durante l’interrogatorio, Jessica Moretti ha scelto di intervenire con una dichiarazione spontanea, respingendo le accuse mediatiche e difendendo la propria posizione: «Contro di noi sono state dette solo tante falsità, siamo stati distrutti». La donna ha ribadito la volontà di collaborare con gli inquirenti, sottolineando di aver sempre risposto alle domande degli investigatori.

Parole che però hanno immediatamente acceso la reazione dei familiari delle vittime, presenti in aula. Tra le voci più forti quella di Laetitia Brodard-Sitre, madre di una delle giovani vittime, che ha risposto con fermezza: «Essere distrutti, devastati significa non poter abbracciare i propri figli o doverli assistere in ospedale, questo significa essere distrutti!».

Il dolore dei parenti e la richiesta di verità

La donna ha riportato al centro del dibattito il dolore concreto di chi ha perso un figlio o vive ancora le conseguenze della tragedia. «Non credo che essere indagati in una tragedia significhi vivere una distruzione», ha aggiunto, contrapponendo la condizione degli imputati a quella delle famiglie colpite.

Presentatasi con un simbolico abito bianco e l’immagine del figlio sul petto, ha ribadito il bisogno di risposte: «Sono qui perché voglio risposte, vogliamo risposte». Un appello che racchiude il sentimento comune di decine di famiglie ancora in attesa di chiarezza su quanto accaduto.

Un’inchiesta ancora aperta

L’indagine sulla strage del discobar prosegue tra interrogatori, testimonianze e accertamenti tecnici. Gli inquirenti stanno cercando di ricostruire nel dettaglio la dinamica dell’incendio e le eventuali responsabilità nella gestione della sicurezza del locale.

Nel frattempo, il confronto in aula rappresenta solo una delle tappe di un percorso giudiziario complesso, destinato a protrarsi nel tempo. Da una parte la difesa degli indagati, dall’altra il dolore dei familiari, uniti da una stessa richiesta: comprendere cosa sia accaduto davvero quella notte.

In un’aula carica di tensione, il processo non è solo giudiziario, ma anche umano. E mentre la giustizia segue il suo corso, resta forte il bisogno di dare un senso a una tragedia che ha segnato profondamente un’intera comunità.

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