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Khamenei nel bunker mentre Trump colpisce l’Iran: il potere che trema e la successione che divide

Pubblicato: 28/02/2026 09:17

Dicono che sia stato trasferito in un bunker sotterraneo, lontano da Teheran, forse nell’area di Levizan, mentre sopra la capitale si moltiplicano le sirene e le dichiarazioni di guerra. Attorno alla figura di Ali Khamenei, Guida Suprema dal 1989, si stringe un apparato di sicurezza diventato negli ultimi mesi ancora più opaco e diffidente. L’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran riporta il suo nome al centro dello scontro globale. Non si parla ufficialmente di eliminazione mirata, ma l’ombra di questa ipotesi accompagna ogni analisi strategica. Il presidente Donald Trump, in un video diffuso su Truth, ha indicato obiettivi militari e infrastrutture del regime, promettendo di distruggere missili e capacità produttive. La parola chiave resta arma atomica, il punto di frattura che giustifica l’operazione ribattezzata «Ruggito del Leone». Nel cerchio ristretto della Guida Suprema cresce l’ansia, alimentata dalla consapevolezza che il conflitto potrebbe non fermarsi ai raid. Le misure di protezione sono state rafforzate già dopo l’uccisione di Hassan Nasrallah, segnale che la rete di sicurezza iraniana non si sente impermeabile. A proteggere Khamenei è una struttura legata ai pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, attraverso l’unità speciale Vali Amr. Ma tra i fedelissimi serpeggia il sospetto di infiltrazioni, con il timore costante del Mossad. In un sistema dove nessuno si fida più di nessuno, anche la sicurezza diventa terreno di conflitto interno. E mentre i bombardamenti cambiano gli equilibri regionali, il destino personale della Guida Suprema torna ad avere un peso politico decisivo, perché la stabilità del regime coincide in larga parte con la sua sopravvivenza.

Khamenei non lascia l’Iran dal 1989, anno della sua ascesa dopo la morte di Ruhollah Khomeini. La sua nomina a Guida Suprema fu allora una sorpresa, accompagnata da dubbi sulla sua autorevolezza religiosa: non era ancora ayatollah nel senso pieno del termine, ma un hojatolleslam, grado inferiore nel clero sciita. Eppure la modifica della Costituzione gli consentì di assumere il vertice del sistema teocratico. Da presidente della Repubblica, incarico ricoperto dal 1981, aveva già costruito una rete di relazioni solide, e la sua forza non è mai stata il carisma bensì l’alleanza strategica con i conservatori e con i pasdaran. Aprendo loro le porte dell’economia e della politica, ha consolidato un blocco di potere compatto che ha progressivamente irrigidito il sistema. Le proteste del Movimento verde nel 2009 sono state represse con fermezza, così come le mobilitazioni del 2023 legate allo slogan Donna, Vita, Libertà. Il modello che ne è emerso è quello di un regime che si presenta come custode della rivoluzione ma agisce con strumenti autoritari, tra arresti, repressione e controllo capillare del dissenso.

Il nodo della successione

L’operazione militare avviata da Stati Uniti e Israele riapre inevitabilmente il capitolo della successione. Da tempo circola il nome di Mojtaba Khamenei, secondogenito e considerato il figlio prediletto, come possibile erede alla guida del Paese. La possibilità che la Guida Suprema venga colpita, anche solo come effetto collaterale del conflitto, accelera le ipotesi e rende più fragile un sistema fortemente personalizzato. Formalmente dovrebbe essere l’Assemblea degli Esperti a scegliere il successore, ma il peso dei pasdaran e delle fazioni interne rende ogni scenario imprevedibile. La morte improvvisa del leader potrebbe scatenare lotte intestine, un colpo di Stato militare o persino una guerra civile, con ricadute immediate su Siria, Libano, Iraq e Yemen. In alternativa, i riformisti potrebbero tentare di rientrare in gioco oppure potrebbe emergere una figura della diaspora come il principe Reza Pahlavi, che si è detto pronto a mettersi a disposizione del suo popolo.

Per ora Khamenei resta protetto in un luogo imprecisato, mentre l’Iran affronta uno dei momenti più delicati degli ultimi decenni. Il conflitto aperto con Israele e la pressione americana mettono alla prova la tenuta del regime. La domanda che circola tra diplomatici e analisti è semplice ma decisiva: il sistema reggerà senza di lui? La risposta dipenderà dall’equilibrio tra pressione esterna e dinamiche interne, ma il solo fatto che questa domanda venga posta con tanta insistenza dice già quanto il potere della Guida Suprema non sia più percepito come intoccabile.

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Ultimo Aggiornamento: 28/02/2026 09:45

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