
«Essere a favore della pace non significa essere a favore del regime degli ayatollah». La frase pronunciata da Pedro Sánchez nasce con un’intenzione comprensibile: separare l’aspirazione universale alla pace dalla difesa di un sistema politico autoritario. È un distinguo che, sul piano morale e diplomatico, appare persino necessario. Ma proprio questa distinzione merita di essere esaminata fino in fondo, perché nella storia politica le parole non restano mai pure: cambiano significato quando diventano assolute. E la pace, quando smette di essere un obiettivo concreto e diventa un principio intoccabile, rischia di trasformarsi in qualcosa di molto diverso da ciò che promette.
Il problema nasce quando la pace non è più una scelta politica ma un dogma morale. Un principio che deve valere sempre e comunque, indipendentemente dalle circostanze, dalla natura dei regimi coinvolti o dalle responsabilità dei conflitti. In quel momento la pace non è più una condizione da costruire ma una formula da ripetere. E quando un principio diventa teologico, quando cioè si sottrae al giudizio della realtà, la politica smette di interrogarsi su ciò che accade davvero. L’importante diventa restare fedeli alla parola, non capire il mondo. È qui che nasce il paradosso del pacifismo assoluto.
La pace e lo status quo
Dire “pace a ogni costo” significa infatti difendere lo status quo. La pace, nella sua definizione più elementare, è semplicemente l’assenza di guerra. Ma l’assenza di guerra non è mai neutrale. Se un regime autoritario governa un paese con la repressione, la pace significa che quella repressione continua indisturbata. Se una potenza aggressiva occupa territori altrui, la pace significa che quell’occupazione diventa permanente. Se una dittatura teocratica controlla la società attraverso la paura, la pace significa che quel sistema rimane intatto. In altre parole la pace non è una fotografia astratta: è sempre la fotografia di un rapporto di forza. E se quel rapporto di forza è ingiusto, difendere la pace equivale semplicemente a difendere quell’ingiustizia.
La storia del Novecento ha mostrato più volte questo paradosso. L’idea che la guerra sia sempre e comunque il male assoluto ha spesso prodotto un effetto opposto a quello dichiarato: ha lasciato campo libero a chi non condivideva affatto quel principio. Non si tratta di esaltare la guerra, ma di riconoscere una realtà elementare della politica internazionale. Esistono poteri che considerano la forza uno strumento legittimo, e talvolta indispensabile, per raggiungere i propri obiettivi. Se una parte del mondo rinuncia in modo assoluto alla possibilità di reagire, l’unico risultato è che la decisione passa interamente nelle mani di chi non ha mai rinunciato alla violenza politica.
Il paradosso del pacifismo
Il pacifismo assoluto, in questo senso, non elimina la guerra: cambia semplicemente chi la vince. È un principio che funziona solo se tutti lo condividono. Ma la storia dimostra che non è mai stato così. Le democrazie, infatti, vivono da sempre dentro una tensione inevitabile: desiderano la pace, ma sanno che senza la capacità di difendersi la pace stessa diventa fragile. Non è una contraddizione, è una responsabilità. La pace non nasce dall’assenza di forza, ma dall’equilibrio tra forze. Quando quell’equilibrio scompare, la pace diventa solo una pausa tra due conflitti o, peggio, la stabilizzazione di un dominio.
È per questo che lo slogan “pace subito” può diventare una formula ingannevole. Non perché la pace non sia un valore, ma perché i conflitti non sono tutti uguali e non nascono tutti nello stesso modo. Non tutte le parti hanno le stesse responsabilità, non tutti i sistemi politici hanno lo stesso rapporto con la libertà, e non tutte le guerre sono semplicemente il frutto di un errore collettivo dell’umanità. Ridurre tutto a una generica invocazione della pace significa cancellare queste differenze, mettere sullo stesso piano democrazie e dittature, aggressori e aggrediti, società aperte e regimi totalitari.
È proprio in questo passaggio che il pacifismo assoluto rischia di produrre il risultato più paradossale: la legittimazione indiretta dei regimi autoritari. Non perché chi invoca la pace lo desideri, ma perché la politica non si misura sulle intenzioni, bensì sulle conseguenze. Se la pace diventa un imperativo morale astratto, ogni conflitto appare come una colpa condivisa e ogni risposta alla violenza diventa sospetta. Il risultato finale è che la responsabilità dell’aggressione scompare e resta soltanto una generica richiesta di cessare il conflitto. Ma cessare il conflitto, quando una parte domina l’altra con la forza, significa semplicemente consolidare quel dominio.
La pace autentica non è un dogma. È un progetto politico. Richiede istituzioni, equilibri, deterrenza, capacità di difesa e soprattutto la volontà di riconoscere che la libertà non è garantita automaticamente dalla buona volontà. In questo senso la distinzione evocata da Sánchez è comprensibile ma incompleta. È vero che essere per la pace non significa necessariamente sostenere un regime autoritario. Ma la storia dimostra che quando la pace diventa un principio incondizionato, quella distinzione tende lentamente a dissolversi. Perché alla fine la pace assoluta non giudica più la natura dei regimi: difende semplicemente l’ordine esistente.
Ed è proprio qui che il pacifismo rivela la sua ambiguità più profonda. Quando diventa una fede invece che una scelta politica, la pace smette di essere un orizzonte da costruire e diventa la copertura morale dello status quo. Anche quando quello status quo è dominato da chi non ha alcuna intenzione di vivere in pace.


