
Nel dibattito parlamentare sulla crisi tra Israele e Iran la segretaria del PD, Elly Schlein, ha accusato il governo guidato da Giorgia Meloni di silenzio e di mancanza di una posizione chiara davanti all’escalation militare. La leader dell’opposizione ha chiesto che la premier riferisca in Parlamento e che l’Italia chiarisca il proprio ruolo nello scenario internazionale, sostenendo che il Paese non può restare spettatore di una crisi così grave. Parole che, nel clima politico di queste settimane, hanno alimentato uno scontro frontale tra maggioranza e opposizione. Ma proprio questo attacco apre una contraddizione politica che pesa come un macigno nella memoria recente della sinistra italiana. Perché la stessa area politica che oggi accusa il governo di non fare abbastanza davanti a una guerra internazionale è la stessa che, quando era al potere, prese una decisione molto più radicale: autorizzare i bombardamenti della NATO contro la Serbia, partecipando direttamente alla campagna militare del 1999. Una scelta che portò l’Italia a colpire Belgrado e a partecipare a un’operazione militare senza una copertura esplicita del Consiglio di sicurezza dell’ONU.
Il precedente che la sinistra preferisce non ricordare
Il 24 marzo 1999 il governo guidato da Massimo D’Alema autorizzò l’inizio delle operazioni militari della NATO contro la Jugoslavia di Slobodan Milošević, nel pieno della guerra del Kosovo. L’Italia non fu soltanto un alleato logistico. Il governo concesse l’utilizzo delle basi italiane, fondamentali per le missioni aeree dell’Alleanza, e autorizzò la partecipazione diretta dell’Aeronautica militare ai raid contro obiettivi serbi. Per 78 giorni la campagna militare colpì infrastrutture strategiche, ponti, centrali elettriche e edifici nel cuore della capitale serba. Fu una decisione storica, perché per la prima volta dal 1945 l’Italia partecipava attivamente a una campagna di bombardamenti in Europa. Ancora più delicato fu il quadro giuridico dell’operazione: l’intervento della NATO non ebbe un mandato esplicito dell’ONU, bloccato dal veto annunciato di Russia e Cina. Gli alleati occidentali giustificarono l’azione come intervento umanitario necessario per fermare la repressione in Kosovo. Ma dal punto di vista del diritto internazionale si trattò comunque di un’operazione militare senza autorizzazione formale delle Nazioni Unite.
Il doppio standard della politica italiana
È proprio questo precedente che rende singolare la polemica politica di oggi. Nel 1999 un governo di centrosinistra ritenne legittimo partecipare a una guerra senza mandato ONU, mettendo a disposizione le basi militari e prendendo parte ai raid aerei contro la Serbia. Oggi, invece, la stessa area politica attacca il governo accusandolo di immobilismo e chiedendo spiegazioni sulla posizione italiana davanti al conflitto con l’Iran. Il contrasto è evidente. Allora l’intervento militare venne difeso come una responsabilità internazionale dell’Italia all’interno delle alleanze occidentali. Oggi il dibattito politico ruota attorno all’idea opposta: evitare qualsiasi coinvolgimento militare e mettere sotto accusa il governo per la gestione della crisi. Il risultato è un classico caso di doppio standard della politica italiana, dove le scelte cambiano radicalmente a seconda di chi si trova a Palazzo Chigi. La memoria storica però resta lì, incancellabile. E ricorda che la stessa sinistra che oggi critica il governo per la sua prudenza fu quella che, quando governava, autorizzò i bombardamenti su Belgrado.

