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Petrolio a 150 dollari, il Qatar si ferma e Hormuz si chiude: i mercati vedono lo shock

Pubblicato: 07/03/2026 09:28

La guerra in Iran entra in una fase che scuote direttamente l’economia globale. A far scattare l’allarme è il Qatar, che annuncia lo stop alle forniture mentre lo stretto di Hormuz si blocca di fatto sotto il peso dell’escalation militare. Il risultato è immediato: il petrolio corre, il gas finisce sotto pressione, le Borse arretrano e torna a farsi largo lo spettro di uno choc energetico capace di trascinare al rialzo inflazione, carburanti e costi industriali. Sullo sfondo, prende corpo l’ipotesi più temuta dai mercati: un greggio fino a 150 dollari al barile se il conflitto dovesse protrarsi ancora.

Il segnale più netto arriva da Doha. Il ministro dell’Energia Saad al-Kaabi avverte che, nel giro di pochi giorni, tutti gli esportatori del Golfo potrebbero essere costretti a fermare le esportazioni di petrolio e gas. Una prospettiva che basta da sola a incendiare i listini energetici. Il Brent con consegna a maggio supera i 90 dollari, arriva vicino ai 94 e mette a segno un balzo dell’8% in una sola seduta, toccando il livello più alto dall’inizio della guerra. Ancora più brusco il movimento del Wti americano, che chiude a 90,90 dollari, con un aumento del 12% in un giorno e del 35% in una settimana.

Il nodo Qatar e il colpo su Ras Laffan

A pesare è soprattutto il blocco del Qatar, secondo produttore mondiale di Gnl. L’emirato dichiara lo stato di forza maggiore e cancella le consegne previste dopo un attacco con droni iraniani contro l’impianto di Ras Laffan, il centro nevralgico della liquefazione del gas. La produzione viene fermata per ragioni di sicurezza e il ritorno alla piena operatività, secondo quanto spiegato da al-Kaabi, potrebbe richiedere settimane o perfino mesi. Il colpo arriva nel punto più sensibile dell’industria energetica qatarina e aggiunge tensione a un mercato già piegato dall’incertezza.

Ma il vero detonatore resta Hormuz, il passaggio marittimo da cui transita circa un quinto del petrolio mondiale. L’escalation nel Golfo ha di fatto congelato il traffico navale, con le compagnie riluttanti a far passare le petroliere in un tratto diventato improvvisamente troppo rischioso. Da qui nasce il timore di uno shock dell’offerta. In Iraq una parte rilevante dell’estrazione è già stata fermata, mentre altri Paesi del Golfo potrebbero rallentare la produzione se la crisi dovesse continuare. Secondo il Wall Street Journal, anche il Kuwait avrebbe già ridotto l’attività di alcuni impianti.

Borse sotto pressione e doppia paura per gli Stati Uniti

L’onda d’urto si abbatte sui mercati finanziari. A Wall Street chiudono in calo lo S&P 500, il Nasdaq e il Dow Jones, mentre in Europa lo Stoxx 600 perde circa l’1% e in una settimana brucia 918 miliardi di euro di capitalizzazione. Cedono anche Milano, Londra, Francoforte e Parigi, travolte da un clima che mescola paura geopolitica e timore economico. Solo Tokyo riesce a limitare i danni, recuperando qualcosa dopo giorni pesanti.

Negli Stati Uniti, però, la minaccia è doppia. Da una parte ci sono i prezzi dell’energia che tornano a correre, dall’altra emergono segnali di debolezza dell’economia. A febbraio gli occupati risultano diminuiti di 92 mila unità rispetto a gennaio, mentre il tasso di disoccupazione sale al 4,4%. È proprio questa combinazione a innervosire gli investitori: energia più cara e crescita più fragile. In teoria, il rallentamento del lavoro potrebbe spingere la Federal Reserve verso tagli dei tassi. In pratica, se petrolio e gas continueranno a salire, la nuova pressione inflattiva rischia di impedire qualsiasi allentamento della politica monetaria. È qui che il conflitto in Medio Oriente smette di essere solo una crisi regionale e torna a diventare una minaccia globale.

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Ultimo Aggiornamento: 07/03/2026 10:21

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