
Mojtaba Khamenei, secondogenito dell’ayatollah Ali Khamenei, è la nuova Guida Suprema della Repubblica Islamica: l’annuncio ufficiale è arrivato nella serata di oggi, domenica 8 marzo 2026. La sua nomina rappresenta un passaggio senza precedenti nella storia del sistema politico iraniano: una trasmissione del potere all’interno della stessa famiglia, che dà alla teocrazia una dimensione quasi dinastica.
L’ipotesi, che circolava da giorni, ha spinto alcuni osservatori a sottolineare la contraddizione storica. L’analista iraniana Farnaz Sabet ha sintetizzato la questione con una battuta amara: se la notizia fosse confermata (e lo è, ndr) , l’Iran si troverebbe in una situazione paradossale, perché sia il regime islamico sia una parte dell’opposizione condividerebbero una logica monarchica.
Una successione familiare nella Repubblica Islamica
La Repubblica Islamica nacque nel 1979 proprio per rovesciare il sistema monarchico dello Scià Mohammad Reza Pahlavi. Per questo motivo, una successione diretta dal padre al figlio alla guida dello Stato rappresenterebbe una svolta simbolica e politica significativa.
Un meccanismo di trasmissione del potere familiare non è tuttavia estraneo alle organizzazioni politiche e militari dell’area. Un esempio recente è stato quello di Hezbollah, dove dopo la morte di Hassan Nasrallah venne indicato come possibile successore il cugino Hashem Safi al-Din, anche lui successivamente ucciso.
Nel caso iraniano, la scelta di Mojtaba Khamenei verrebbe interpretata da molti osservatori come la vittoria dell’ala più dura del sistema, legata alle Guardie della rivoluzione e agli apparati di sicurezza.
Un profilo costruito nell’ombra del potere
Mojtaba Khamenei ha 57 anni ed è sempre rimasto una figura relativamente discreta nella scena pubblica iraniana. A differenza di molti altri dirigenti del regime, la sua carriera si è sviluppata quasi interamente all’interno delle strutture del potere, lontano dall’esposizione mediatica.
La sua formazione politica e militare inizia molto presto. A 17 anni entra nei Guardiani della rivoluzione, partecipando alla guerra tra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Combatte in un’unità particolarmente ideologica fondata dal comandante Ahmad Motevaselian, una figura nota per le posizioni radicali e per l’impronta fortemente ideologica delle sue brigate.
Successivamente viene assegnato a un battaglione i cui membri entreranno negli anni successivi nella destra radicale della Repubblica Islamica, consolidando legami che rimarranno centrali nella sua carriera politica.
Gli studi religiosi e il lavoro nell’ufficio della Guida Suprema
Dopo la guerra, Mojtaba Khamenei prosegue la propria formazione nel seminario sciita di Qom, uno dei principali centri teologici dell’Iran. In seguito torna a Teheran per lavorare nell’ufficio della Guida Suprema, l’apparato che coordina le attività politiche, militari e religiose della leadership del Paese.
Nel tempo, questa struttura diventa uno dei principali centri di potere dello Stato iraniano. Secondo numerose ricostruzioni, Mojtaba avrebbe progressivamente assunto un ruolo sempre più influente nella gestione dell’ufficio, costruendo una rete di relazioni con le Guardie della rivoluzione e con ambienti economici e finanziari legati al sistema.
Alcune inchieste giornalistiche internazionali hanno inoltre indicato l’esistenza di interessi economici e immobiliari collegati alla sua rete, con investimenti anche in capitali occidentali.
Il ruolo nella politica interna e nelle repressioni
Il nome di Mojtaba Khamenei emerge con maggiore chiarezza nel 2005, quando sostiene l’ascesa alla presidenza di Mahmoud Ahmadinejad, allora candidato dell’ala più conservatrice del sistema politico iraniano.
Negli anni successivi viene indicato da diversi osservatori come uno degli uomini chiave nella gestione delle crisi interne. In particolare, il suo nome è stato associato alla repressione del movimento dell’Onda verde del 2009, nato per contestare la rielezione di Ahmadinejad tra accuse di brogli elettorali.
Secondo varie analisi, avrebbe avuto un ruolo anche nella risposta del regime alle proteste successive, tra cui quelle del 2019 contro l’aumento del prezzo dei carburanti, quando il sistema di sicurezza iraniano intervenne con durezza per contenere le manifestazioni.
La rete ideologica e religiosa
Attorno a Mojtaba Khamenei si è consolidata negli anni una cerchia di religiosi e dirigenti vicini alle posizioni più ideologiche della Repubblica Islamica.
Tra le figure considerate a lui vicine compaiono predicatori e teologi come Alireza Panahian e Mohammad Qomi, esponenti di una corrente religiosa che difende con forza i principi originari della rivoluzione islamica.
Questa area del clero sciita si oppone a qualsiasi apertura sociale o culturale percepita come un indebolimento dell’identità rivoluzionaria, e considera il liberalismo occidentale una minaccia ideologica e politica.
Una possibile continuità con la linea più dura del regime
Molti osservatori ritengono che una sua eventuale elezione a Guida Suprema (come effettivamente avvenuto) non rappresenterebbe un cambio di rotta per l’Iran. Al contrario, potrebbe segnare una continuità – o persino un rafforzamento – della linea più rigida del sistema politico.
Secondo diverse analisi interne ed esterne al Paese, Mojtaba Khamenei non appare come una figura orientata a riforme pragmatiche o a un riequilibrio nei rapporti con l’Occidente. Piuttosto, verrebbe percepito come un interprete fedele della visione politica del padre, costruita sulla centralità del potere religioso, sul ruolo delle Guardie della rivoluzione e su una forte diffidenza verso le pressioni internazionali.
In questo senso, la sua ascesa al ruolo di rahbar, la Guida Suprema della Repubblica Islamica, segna probabilmente l’affermazione di una nuova generazione ultraconservatrice, cresciuta all’interno degli apparati militari e di sicurezza del regime.


