
La morte della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei ha scosso non solo il Medio Oriente ma anche il Cremlino, dove Vladimir Putin osserva con crescente inquietudine gli sviluppi della crisi. Il presidente russo ha parlato di un “cinico oltraggio alla morale e al diritto internazionale”, ma dietro la condanna ufficiale si nasconderebbe una preoccupazione molto più personale: la paura che un destino simile possa un giorno toccare anche a lui. È questa la chiave di lettura proposta dal politologo russo Iwan Prieobrażenski, coordinatore del progetto “Club politico moscovita”, in una lunga intervista al quotidiano polacco Gazeta Wyborcza. Secondo l’analista, il vero timore del leader russo non riguarda tanto la guerra in Iran o la violazione delle regole internazionali, quanto l’eliminazione diretta dei vertici di uno Stato.
Il timore personale di Putin
Per Prieobrażenski, il riferimento di Putin al diritto internazionale suona paradossale, considerando che la Russia è impegnata in una guerra di aggressione contro l’Ucraina. Tuttavia, secondo l’analista, nella logica del Cremlino la violazione più grave non sarebbe il conflitto in sé ma l’uccisione della leadership politica di un Paese. Il politologo sostiene che Putin viva queste vicende in maniera profondamente personale, soprattutto dopo l’uccisione dell’ex dittatore libico Muammar Gheddafi nel 2011. Da allora il leader russo temerebbe che uno scenario simile possa verificarsi anche nei suoi confronti e che la vera garanzia di sopravvivenza sia la presenza dell’arsenale nucleare russo, considerato un deterrente contro qualsiasi tentativo di eliminare il vertice dello Stato.
Secondo l’analista, la reazione del presidente russo seguirebbe uno schema ormai noto: prima il panico, poi la rabbia, infine una strategia di difesa. Nei prossimi mesi, afferma, è possibile aspettarsi un ulteriore rafforzamento delle misure di sicurezza attorno a Putin e un inasprimento della repressione interna in Russia.
I rapporti reali tra Russia e Iran
Nonostante la retorica degli ultimi anni, il legame tra Mosca e Teheran non sarebbe mai stato una vera alleanza. Secondo l’analisi riportata da Gazeta Wyborcza, si è trattato piuttosto di una cooperazione pragmatica e transazionale. Dopo l’invasione dell’Ucraina, la Russia ha beneficiato in modo significativo del rapporto con l’Iran, soprattutto per quanto riguarda la tecnologia necessaria alla produzione di droni militari, che hanno avuto un ruolo importante nella guerra. Tuttavia Mosca avrebbe sempre evitato di trasferire a Teheran tecnologie complete per sistemi antimissile avanzati, mantenendo un equilibrio nei rapporti con Stati Uniti e Israele.
Anche l’assenza di un intervento diretto russo a sostegno dell’Iran non sorprenderebbe gli analisti. L’accordo strategico tra i due Paesi, infatti, non prevede alcuna clausola di assistenza militare in caso di aggressione.
La guerra in Iran e l’effetto sull’Ucraina
Secondo Prieobrażenski, la crisi iraniana potrebbe avere conseguenze indirette sulla guerra in Ucraina. L’attenzione internazionale rischia infatti di spostarsi dal fronte europeo al Medio Oriente, permettendo alla Russia di intensificare le operazioni militari contro le città ucraine. Allo stesso tempo, la nuova guerra potrebbe rallentare le forniture di armi occidentali a Kiev, perché gli Stati Uniti e i loro alleati potrebbero dover destinare parte delle risorse al conflitto con l’Iran.
Un altro elemento riguarda il ruolo di Donald Trump, tornato alla Casa Bianca. Secondo il politologo, la Russia ha interesse a mantenere aperti i negoziati di pace con l’Ucraina proprio per non compromettere i rapporti con l’amministrazione americana, anche se la strategia del Cremlino resterebbe quella di spingere Kiev ad accettare condizioni considerate impossibili.
Petrolio, armi e nuovi equilibri globali
La guerra in Iran potrebbe anche avere effetti economici e strategici per Mosca. L’aumento del prezzo del petrolio potrebbe portare benefici alla Russia, ma non è certo che l’aumento sia stabile o sufficiente a compensare le perdite legate al conflitto. Secondo l’analista, un altro rischio riguarda il mercato globale delle armi: le difficoltà dell’Iran nel difendersi dagli attacchi potrebbero infatti mettere in dubbio l’efficacia dei sistemi militari russi, con possibili ricadute sull’export bellico di Mosca.
Infine resta l’incognita del futuro dell’Iran. Se il Paese dovesse precipitare nel caos o addirittura frammentarsi, la Russia potrebbe tentare di sostenere forze locali proxy per mantenere influenza nella regione. Tuttavia, conclude Prieobrażenski nell’intervista a Gazeta Wyborcza, un’instabilità permanente ai confini meridionali rappresenterebbe comunque una sfida per la sicurezza russa. In questo scenario la paura che attraversa il Cremlino non riguarda soltanto l’equilibrio geopolitico del Medio Oriente, ma soprattutto la possibilità che ciò che è accaduto a Khamenei diventi un precedente capace di mettere in discussione anche il potere di Putin.


