
La Russia pronta a tornare alla Biennale di Venezia dopo anni di assenza scatena una tempesta politica in Europa. A pochi mesi dall’apertura della 61esima esposizione internazionale d’arte, ventidue ministri della Cultura europei hanno firmato una dura lettera indirizzata alla fondazione veneziana per contestare la decisione di riaprire il padiglione russo, chiuso dal 2022 dopo l’invasione dell’Ucraina.
Nel documento, sottoscritto da rappresentanti di 20 Paesi dell’Unione europea, oltre che da Norvegia e Ucraina, i toni sono netti: secondo i firmatari non può esserci spazio per la diplomazia culturale russa mentre continua la guerra. «Non c’è posto per l’arte quando i civili muoiono sotto il fuoco dei missili», scrivono i ministri, denunciando il rischio che la partecipazione di Mosca diventi uno strumento di legittimazione internazionale.
La lettera dei ministri europei
La protesta ruota attorno al timore che la presenza della Federazione Russa alla Biennale venga utilizzata come operazione di immagine. Nel testo si sottolinea la “profonda preoccupazione” per una possibile strumentalizzazione culturale, capace di proiettare un’immagine di normalità diplomatica mentre la guerra in Ucraina continua e il patrimonio artistico ucraino subisce distruzioni.
Secondo i ministri firmatari, il problema non riguarda soltanto la partecipazione russa in sé, ma anche i nomi previsti nel padiglione. Alcuni degli artisti e dei rappresentanti coinvolti sarebbero infatti legati all’élite politica russa, un elemento che alimenta il sospetto di un utilizzo della diplomazia culturale come veicolo di propaganda. Per questo motivo la lettera invita il presidente della Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, a riconsiderare la decisione prima dell’apertura ufficiale della manifestazione.
L’Ue minaccia di sospendere i finanziamenti
La tensione si è alzata ulteriormente quando anche la Commissione europea è intervenuta sulla vicenda. In una nota firmata dalla vicepresidente Henna Virkkunen e dal commissario Glenn Micallef, Bruxelles ha condannato “fermamente” la scelta di permettere alla Russia di riaprire il proprio spazio espositivo.
La dichiarazione sottolinea che la cultura deve promuovere valori democratici, dialogo e libertà di espressione, e non può diventare una piattaforma di propaganda politica. Per questo motivo l’esecutivo europeo ha avvertito che, se la decisione della Fondazione Biennale dovesse restare invariata, la Commissione potrebbe valutare misure concrete, tra cui la sospensione o addirittura la cessazione di una sovvenzione europea destinata all’istituzione veneziana.
La reazione di Kiev e le distanze del governo italiano
La protesta era partita nei giorni precedenti anche da Kiev. Il ministro degli Esteri Andriy Sybiga e la ministra della Cultura Tetyana Berezhna avevano già criticato pubblicamente la possibilità che la Russia tornasse a esporre a Venezia, sostenendo che la guerra rende incompatibile la presenza ufficiale di Mosca nelle principali manifestazioni culturali internazionali.
La questione ha creato tensioni anche all’interno del governo italiano. Presentando il padiglione italiano, il ministro della Cultura Alessandro Giuli ha preso una posizione prudente ma critica: secondo Giuli l’arte proveniente da uno Stato autocratico può dirsi realmente libera soltanto quando assume una posizione dissidente rispetto al potere politico. Quando invece è selezionata e sostenuta direttamente dalle autorità di uno Stato autoritario, ha osservato il ministro, rischia di perdere quella libertà che definisce l’espressione artistica.
Un riferimento implicito alla guerra in Ucraina, che da oltre quattro anni vede la Russia bombardare città e infrastrutture del Paese, mentre il confronto tra arte, politica e propaganda torna al centro del dibattito europeo proprio nella città che da oltre un secolo ospita una delle più importanti esposizioni culturali del mondo.


