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Iran, il premio Pulitzer: “Trump non ha idea di come finire la guerra”

Pubblicato: 10/03/2026 15:32

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran sarebbe stata avviata senza una strategia chiara per la sua conclusione. È la tesi sostenuta dal columnist del New York Times Thomas L. Friedman, tre volte premio Pulitzer e tra i più autorevoli analisti di politica mediorientale, in un editoriale che critica la gestione del conflitto da parte del presidente americano Donald Trump e del premier israeliano Benjamin Netanyahu.
Secondo Friedman, i due leader avrebbero intrapreso l’operazione militare senza un obiettivo politico finale definito, rischiando di trascinare la regione in una guerra senza sbocchi chiari.

Friedman: “Trump non sa come finire la guerra”

Nel suo commento, Friedman sostiene che il presidente americano abbia mostrato posizioni contraddittorie e mutevoli sul futuro dell’Iran. In diversi interventi pubblici Trump avrebbe alternato scenari molto diversi tra loro.

“Un giorno parla di cambio di regime, un altro giorno no; un giorno dice che non gli interessa il futuro dell’Iran, il giorno dopo sostiene di voler avere voce nella scelta del prossimo leader del Paese”, scrive l’editorialista.

Secondo Friedman, queste oscillazioni rivelerebbero l’assenza di una strategia coerente da parte della Casa Bianca.

Il ruolo di Netanyahu e la strategia contro l’Iran

L’editorialista suggerisce inoltre che Netanyahu potrebbe essere interessato a trasformare l’Iran in un teatro di conflitto permanente, simile a quanto avvenuto per anni nella Striscia di Gaza.

Nel suo articolo Friedman richiama la strategia israeliana spesso descritta come “tagliare l’erba”, cioè colpire periodicamente le capacità militari dei nemici senza puntare necessariamente a una soluzione politica definitiva.

Secondo questa interpretazione, il rischio è quello di una campagna militare prolungata fatta di attacchi periodici, senza una prospettiva chiara di stabilizzazione della regione.

L’ipotesi del “mattino dopo il mattino dopo”

Friedman invita invece a fermare l’escalation e osservare cosa accadrà all’interno della leadership iraniana nel periodo successivo alla guerra.

L’analista parla di quello che definisce “il mattino dopo il mattino dopo”, cioè una fase in cui potrebbero emergere tensioni interne tra le diverse fazioni del potere a Teheran.

Secondo il columnist, è probabile che si apra un duro confronto tra le élite iraniane, con possibili lotte interne per il controllo del potere.

Il cambiamento di regime potrebbe arrivare dall’interno

Friedman sottolinea che nessuno può garantire che questa dinamica porterà a un cambiamento di regime, ma ritiene comunque più realistico un crollo dall’interno piuttosto che provocato dai bombardamenti.

Bombardare continuamente infrastrutture militari e civili, sostiene l’editorialista, difficilmente spingerà la popolazione iraniana a rovesciare autonomamente il governo.

Secondo Friedman, la storia dimostra che i regimi radicati raramente cadono sotto la pressione diretta dei bombardamenti esterni.

La sua conclusione è che un eventuale cambiamento politico in Iran potrebbe avvenire solo dopo un cessate il fuoco, quando le tensioni interne al sistema di potere iraniano avranno la possibilità di emergere con maggiore forza.

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