
Quando Giuseppe Conte ed Elly Schlein hanno deciso di non partecipare al tavolo sulla politica estera aperto dal governo Meloni, molti hanno letto la cosa come una normale mossa di opposizione. Probabilmente è anche questo. Ma c’è un’altra lettura, meno ovvia e più preoccupante.
In una democrazia matura, esistono alcune questioni che vanno al di là delle divisioni tra maggioranza e opposizione. La politica estera è una di queste. Quando si discute di guerra, di alleanze internazionali, di sicurezza nazionale, un paese dovrebbe — idealmente — parlare con una voce sola, o almeno con voci che si sono confrontate. Non perché ci si debba sempre mettere d’accordo, ma perché il confronto stesso è un atto di responsabilità verso i cittadini.
Questa cultura del confronto istituzionale si chiama, in termini tecnici, attitudine repubblicana: la capacità di mettere l’interesse nazionale davanti all’interesse di partito, almeno sulle questioni più gravi.
Il messaggio implicito di Conte e Schlein
Rifiutare il tavolo non è solo dire “non ci fidiamo del governo attuale”. È dire qualcosa di più profondo: quando un giorno saranno loro al governo, non apriranno nessun tavolo con le opposizioni.
È un’inversione della logica democratica. E non si tratta di un’ipotesi astratta: abbiamo già un precedente molto chiaro.
Basta tornare al periodo 2020-2021, durante il governo Conte II, per capire come questo approccio si traduca in pratica. In piena emergenza Covid — la crisi sanitaria ed economica più grave del dopoguerra — quel governo gestì tutto in modo sostanzialmente chiuso, senza un reale coinvolgimento dell’opposizione nelle scelte fondamentali. Nessun tavolo largo, nessuna consultazione strutturata con le forze politiche fuori dalla maggioranza.
Perché questo dovrebbe preoccuparci
Il risultato? Fu necessario far cadere quel governo per sbloccare una cooperazione più ampia. Solo con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi — e con una maggioranza che comprendeva quasi tutti i partiti — il paese riuscì ad affrontare la fase più critica con una guida condivisa.
Un paradosso: ci volle una crisi di governo per ottenere quello che avrebbe dovuto essere normale dall’inizio.
La politica, si sa, è fatta di scontri. Ed è giusto che l’opposizione faccia il suo mestiere, che critichi, che attacchi, che proponga alternative. Ma esistono momenti — e la politica estera in un mondo in guerra è uno di questi — in cui disertare il confronto non è un atto di coraggio. È un atto di irresponsabilità.
Chi si rifiuta oggi di sedersi al tavolo sta dicendo, implicitamente, che non crede nel valore del dialogo istituzionale in sé. E questo, indipendentemente da chi ha torto o ragione sui contenuti, è un segnale che tutti i cittadini dovrebbero tenere a mente — soprattutto quando andranno a votare.
Piercamillo Falasca
direttore de l’Europeista


