
Negli ultimi mesi il caso della cosiddetta famiglia nel bosco è diventato uno dei più discussi in Italia. Non è più soltanto una vicenda di cronaca giudiziaria locale, ma il simbolo di uno scontro molto più ampio tra visioni del mondo opposte. Da una parte il progetto radicale di una famiglia che ha scelto una vita neorurale, lontana dalla modernità e dalle sue regole. Dall’altra le istituzioni italiane, chiamate a stabilire fino a che punto la libertà educativa e familiare possa spingersi senza entrare in conflitto con la tutela dei minori prevista dalla legge. In questo contesto la storia di Nathan Trevallion, Catherine Birmingham e dei loro tre figli è diventata terreno di confronto politico e mediatico, persino evocata nel dibattito sul referendum sulla giustizia, nonostante non abbia alcun legame diretto con i quesiti referendari. Per capire come si sia arrivati a questo punto bisogna tornare indietro di quasi dieci anni, quando tutto iniziò dall’altra parte del mondo.
Dalle spiagge di Bali ai boschi dell’Abruzzo
La storia comincia nel 2016 a Bali, dove Nathan Trevallion, inglese con un passato da chef e commerciante di mobili di pregio, incontra l’australiana Catherine Birmingham, allora istruttrice di equitazione con esperienze tra Giappone e Germania. Il loro incontro segna l’inizio di una relazione che si costruisce attorno all’idea di cambiare radicalmente stile di vita. A dare la spinta decisiva è un grave incidente in taxi che coinvolge Nathan e lo costringe a due settimane di ricovero. Da quel momento la coppia decide di allontanarsi dalla vita frenetica e di cercare un’esistenza più lenta, immersa nella natura e meno dipendente dalle strutture della società contemporanea.
La destinazione scelta è l’Abruzzo, e in particolare l’area rurale attorno al piccolo comune di Palmoli, in provincia di Chieti. La scelta non è casuale. Da un lato il territorio offre ampi spazi naturali e una dimensione comunitaria ritenuta più compatibile con il loro progetto di vita. Dall’altro la normativa italiana consente l’istruzione parentale, una possibilità che in altri Paesi europei è molto più limitata. Per la coppia rappresenta un elemento decisivo: poter crescere i figli lontano dalla scuola tradizionale e secondo una propria visione educativa.
Il progetto di vita off-grid
Dopo il trasferimento in Italia nasce nel 2017 la prima figlia, Utopia Rose. Nel 2019 arrivano i gemelli, Galorian e Bluebell. Nel frattempo la famiglia mette in pratica il proprio modello di vita off-grid, cioè completamente svincolato dalle reti pubbliche tradizionali come elettricità e servizi idrici. Il progetto prende forma nel 2021, quando i due acquistano un casolare isolato nei boschi di Palmoli e celebrano il matrimonio proprio nel borgo abruzzese.
Per circa tre anni la famiglia vive lontano dai riflettori. La svolta arriva nel settembre 2024, quando tutti e cinque finiscono in ospedale per una grave intossicazione da funghi selvatici. Durante il ricovero emergono le prime tensioni con il personale sanitario: i genitori rifiutano alcune procedure mediche standard, tra cui il sondino naso-gastrico. L’episodio fa scattare l’allarme. L’ospedale avvisa i carabinieri, che a loro volta informano i servizi sociali. Le prime relazioni ufficiali parlano di possibili segnali di negligenza genitoriale, con particolare riferimento alla vita sociale e all’istruzione dei bambini. Secondo quanto riportato dagli operatori, i minori non sarebbero mai stati visitati da un pediatra e vivrebbero in una condizione di isolamento quasi totale.
La fuga e lo scontro con le istituzioni
Nei giorni successivi alla segnalazione, temendo un intervento dello Stato, Catherine decide di lasciare Palmoli con i tre figli. La donna si rifugia prima da un’amica a Bologna e poi a Valsamoggia, mantenendo i contatti con le autorità solo attraverso email in cui spiega di non voler rivelare la propria posizione per paura che i figli possano essere allontanati. Nathan rimane nel casolare abruzzese, mentre la situazione si trasforma in un braccio di ferro con le istituzioni.
La clandestinità dura fino al Natale del 2024, quando Catherine comunica finalmente alla polizia l’indirizzo del luogo in cui si trova. La famiglia decide di tornare in Abruzzo, convinta che la collaborazione possa ridimensionare il procedimento. Ma nel frattempo la Procura per i minorenni dell’Aquila ha già avviato un percorso giudiziario. Il tribunale dispone la limitazione della responsabilità genitoriale e affida i minori ai servizi sociali, con il potere di decidere sul loro collocamento e sulle principali questioni sanitarie.
La sospensione della responsabilità genitoriale
Il procedimento giudiziario prosegue per mesi. Il 13 novembre 2025 il Tribunale sospende completamente la responsabilità genitoriale della coppia e dispone il trasferimento dei bambini in una casa famiglia a Vasto, dove arrivano il 20 novembre. I resoconti degli operatori descrivono una situazione delicata: secondo le relazioni interne, i bambini mostrano lacune importanti nell’alfabetizzazione e abitudini igieniche molto limitate. La figlia maggiore, di otto anni, sarebbe in grado di scrivere correttamente soltanto il proprio nome.
Con il crescere dell’attenzione mediatica la famiglia inizia a mostrare alcuni segnali di apertura. Nel gennaio 2026 i bambini iniziano lezioni con un’insegnante in pensione, mentre i genitori dichiarano di voler completare il ciclo vaccinale dei figli. Nel frattempo il tribunale dispone una perizia psichiatrica per valutare le capacità genitoriali della coppia e le condizioni psicologiche dei minori.
Il nuovo allontanamento e la frattura definitiva
Il punto di rottura arriva il 6 marzo 2026. Proprio nel giorno in cui dovrebbero iniziare le valutazioni psicologiche sui bambini, il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ordina l’allontanamento di Catherine dalla casa famiglia e il trasferimento dei figli in un’altra struttura. L’ordinanza parla di una condotta materna definita «oppositiva e ostile» nei confronti degli operatori, accusata di alimentare nei figli diffidenza verso chiunque non faccia parte del nucleo familiare.
Per i giudici la presenza costante della madre è diventata un ostacolo agli interventi educativi. Le relazioni dei servizi sociali descrivono un clima di crescente tensione e comportamenti aggressivi dei bambini, che sarebbero legati proprio alla contrapposizione con il personale della struttura.
Il nodo dell’istruzione
Uno dei punti centrali della vicenda resta il diritto all’istruzione. I genitori rivendicano la scelta dell’unschooling, una forma di educazione parentale basata sull’apprendimento spontaneo e sull’esperienza diretta nella natura. Il tribunale però considera questa impostazione incompatibile con l’obbligo scolastico previsto dalla legge italiana. In particolare pesa la situazione della figlia maggiore, che secondo le valutazioni ufficiali si troverebbe ancora nelle fasi iniziali dell’alfabetizzazione.
Secondo i magistrati, la convinzione dei genitori secondo cui il cervello sarebbe pronto all’apprendimento solo dopo i sette anni ha di fatto privato la bambina di un percorso educativo adeguato. Ora la decisione finale dipenderà anche dalla relazione dei consulenti tecnici, che avranno sessanta giorni per consegnare al tribunale una valutazione completa sulle condizioni psicologiche dei minori e sulle capacità genitoriali della coppia.
La storia della famiglia nel bosco rimane quindi sospesa tra due visioni inconciliabili. Da una parte il sogno di una vita libera e immersa nella natura, dall’altra la responsabilità dello Stato di garantire ai minori diritti fondamentali come salute, istruzione e integrazione sociale. Sarà la magistratura a stabilire se quel progetto di vita alternativo possa trovare spazio all’interno delle regole italiane o se rappresenti, invece, un limite che la legge non può accettare.


