
L’attacco appare come una chiara intimidazione militare. Un segnale che mette alla prova la sicurezza italiana e che, secondo diversi osservatori, mira a scoraggiare qualsiasi coinvolgimento a sostegno di Stati Uniti e Israele nel contesto della crescente tensione in Medio Oriente. L’episodio si è verificato nella base aerea di Ali Al Salem, in Kuwait, dove un drone ha colpito una struttura della Task Force Air italiana, distruggendo un velivolo a pilotaggio remoto.
Secondo le prime ricostruzioni, si tratta del terzo attacco contro la stessa base. Il drone ha centrato un capannone all’interno dell’installazione militare, dove era parcheggiato un mezzo senza pilota dell’Aeronautica italiana. L’impatto ha provocato la distruzione del velivolo, ma fortunatamente non si registrano feriti tra il personale militare presente nella struttura.
L’episodio si inserisce in un quadro geopolitico sempre più teso. L’Iran, secondo diversi analisti, punta a colpire qualsiasi presenza militare che possa essere percepita come un sostegno operativo o logistico agli alleati occidentali. In questo contesto, le basi presenti nei Paesi del Golfo diventano obiettivi sensibili, simboli di una presenza internazionale che Teheran considera sgradita.
Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano, intervenendo a Radio24, ha spiegato che l’attacco rientra in una strategia più ampia. «Il regime iraniano prende di mira tutto ciò che viene percepito come un appoggio alle truppe degli Stati Uniti e di Israele», ha dichiarato. Per il governo italiano si tratta quindi di un atto di intimidazione, simile a quelli che negli ultimi mesi hanno colpito altre infrastrutture militari nella regione del Golfo.

Sulla stessa linea anche il generale Vincenzo Camporini, ex capo di Stato maggiore della Difesa. In un’intervista ha sottolineato come il messaggio sia chiaro: «Si vuole dissuadere l’Italia dal fare qualsiasi cosa». Un segnale che, secondo l’ex vertice militare, impone di rafforzare il livello di controllo e supervisione, non solo nelle zone operative ma anche nelle cosiddette retrovie.
Per l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, già capo della Marina militare, questi raid rappresentano una vera sfida alla sicurezza internazionale. Il militare ha ricordato come il clima sul fronte mediorientale sia sempre più instabile e come le crisi regionali possano rapidamente avere effetti su scala globale, coinvolgendo alleanze e missioni militari presenti nell’area.
La base di Ali Al Salem, in Kuwait, è da decenni un punto strategico per le operazioni occidentali nel Golfo. La sua storia è legata alla Guerra del Golfo del 1990-1991, quando da qui partirono i caccia Tornado impegnati nella coalizione internazionale guidata dagli Stati Uniti per liberare il Kuwait dall’occupazione dell’Iraq di Saddam Hussein.
Negli anni successivi la struttura è diventata un importante hub logistico militare. Dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, la base è stata utilizzata come scalo strategico per le operazioni in Afghanistan e in Iraq. Anche nel 2021, durante il ritiro occidentale da Kabul e Herat, il personale italiano è transitato proprio da Ali Al Salem prima del rientro in patria.
Il velivolo distrutto nell’attacco è un MQ-9A Predator, drone utilizzato dalla Task Force Air italiana e in dotazione al Task Group “Araba Fenice”. Sviluppato nei primi anni Duemila dall’azienda statunitense General Atomics Aeronautical Systems, è progettato per missioni di sorveglianza a lunga autonomia e ad alta quota. Può volare fino a 15.000 metri, raggiungere una velocità massima di circa 480 chilometri orari e restare in aria tra le 14 e le 28 ore. In alcune configurazioni può anche essere armato, svolgendo missioni di ricerca e neutralizzazione degli obiettivi.


