
Dopo 44 anni, la Procura di Roma ha emesso un avviso di conclusione delle indagini nei confronti di cinque persone ritenute corresponsabili dell’attentato terroristico del 9 ottobre 1982 davanti alla Sinagoga di Roma, che provocò la morte di Stefano Gaj Taché, bambino di appena due anni, e il ferimento di 40 fedeli ebrei. L’episodio, rimasto impresso nella memoria collettiva per la sua brutalità, rappresenta uno dei momenti più tragici della storia del terrorismo in Italia.
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La dinamica dell’attentato
Quel giorno, un commando terroristico affiliato all’organizzazione guidata da Abu Nidal lanciò bombe a mano e aprì il fuoco con pistole mitragliatrici contro i fedeli che stavano uscendo dal cancello secondario della sinagoga in via Catalana, al termine della funzione religiosa. I terroristi fuggirono immediatamente nelle vie adiacenti, lasciando dietro di sé morte e panico.
Le indagini iniziali, condotte dalla Digos di Roma e dalla Direzione Centrale della Polizia di Prevenzione, erano state sospese per anni ma sono state riattivate sulla base di nuove informazioni emerse dalle indagini svolte a Parigi sull’attentato del 2 agosto 1982, avvenuto nel quartiere di Rue des Rosiers e riconducibile alla stessa organizzazione.
L’istruttoria dell’epoca portò alla condanna all’ergastolo di Osama Abdel Al Zomar, palestinese rimasto latitante, con sentenza definitiva della Corte d’Assise di Roma dell’11 maggio 1990, per concorso nell’attentato.

I cinque indagati
L’avviso di chiusura indagini riguarda cinque persone, tutte di origine palestinese, ritenute parte della rete operativa di Abu Nidal:
- Abou Zayed Walid Abdulrahman, 68 anni, detenuto in Francia e già a giudizio per la strage di Rue des Rosiers a Parigi;
- Abed Adra Mahmoud Khader, 71 anni, residente in Cisgiordania;
- Al Abassi Souheir Mohammad Hassan Khalil, 74 anni, residente in Giordania;
- Hamada Nizar Tawfiq Mussa, 65 anni, residente in Giordania;
- Abu Arkoub Omar Mahid Abdel Rahman, 66 anni, residente in Giordania.
La Procura di Roma ha sottolineato che si ipotizza il loro coinvolgimento anche con altre figure già decedute, tra cui Alhamieda Rashid Mahmoud alias Fouad Hijazy e Maher Said Al Awad Yousif alias Arabe El Arabi Tawfik Gamal.
La strategia dell’organizzazione
Secondo la Procura, il complesso delle evidenze ha permesso di confermare che l’attentato alla Sinagoga di Roma faceva parte della strategia di Abu Nidal, collegata in maniera organica all’attacco di Parigi. Gli investigatori hanno ricostruito le varie fasi dell’operazione, individuando ruoli e responsabilità dei membri del commando: dalla decisione e supervisione alla logistica e organizzazione, fino al contributo operativo durante l’attacco.
La nota della Procura specifica che le indagini hanno evidenziato convergenze oggettive e soggettive tra i due attentati, permettendo di individuare i partecipanti attivi e quelli che hanno contribuito in ruoli diversi al compimento della strage.

Un attacco ancora vivo nella memoria
L’attentato del 1982 resta uno dei momenti più drammatici nella storia della comunità ebraica a Roma. La morte del piccolo Stefano e il ferimento dei fedeli hanno lasciato un segno indelebile nella città e nella memoria collettiva italiana. La chiusura delle indagini, dopo più di quattro decenni, rappresenta un passo importante per la giustizia, ma anche per il riconoscimento delle vittime di quell’atto terroristico.
L’auspicio della Procura è che, grazie a queste nuove evidenze, si possa finalmente dare risposta giudiziaria a uno dei capitoli più dolorosi del terrorismo internazionale degli anni Ottanta, assicurando alla giustizia i responsabili e fornendo un quadro completo della dinamica degli eventi.
La storia dell’attentato alla Sinagoga di Roma del 1982 e la riapertura delle indagini dimostrano l’importanza della collaborazione internazionale nella lotta al terrorismo e la determinazione della giustizia italiana nel perseguire i crimini anche a distanza di decenni.


