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Remeslo rompe con Putin: l’ex fedelissimo lo accusa di essere “illegittimo e criminale”

Pubblicato: 19/03/2026 09:23

La rottura arriva improvvisa, violenta, e soprattutto inattesa. Un uomo che per anni è stato parte integrante dell’ecosistema filogovernativo russo decide di voltarsi contro il potere che aveva difeso. Non una critica velata, non una presa di distanza diplomatica, ma un attacco frontale che scuote l’immagine di compattezza attorno al Cremlino. Le parole utilizzate sono durissime, senza filtri, e segnano un punto di rottura che difficilmente può essere ricomposto.
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A parlare è Ilya Remeslo, avvocato e blogger noto per il suo sostegno a Vladimir Putin, che in un manifesto pubblicato su Telegram ha dichiarato apertamente: «Putin non è un presidente legittimo, è un ladro e un criminale». Un passaggio che, nel contesto russo, rappresenta una frattura rarissima, soprattutto perché arriva da chi per anni ha combattuto l’opposizione e difeso le scelte del Cremlino anche sul piano giudiziario.

La rottura di un uomo del sistema

Remeslo non è un oppositore storico né una figura marginale. Al contrario, è stato uno dei volti più attivi della macchina propagandistica e legale vicina al potere, partecipando a campagne contro attivisti e figure come Alexei Navalny. La sua presenza nella Camera pubblica russa e il suo ruolo nel dibattito politico lo collocavano stabilmente all’interno del sistema.

Proprio per questo, il suo manifesto — intitolato “Cinque motivi per cui ho smesso di sostenere Vladimir Putin” — assume un peso politico ben più rilevante di una semplice dichiarazione individuale. Non è la critica di un dissidente, ma la frattura di un ingranaggio interno. E il tono è quello di chi non lascia spazio a interpretazioni: la richiesta esplicita è che il presidente si dimetta e venga processato.

Guerra, economia e repressione: le accuse

Nel testo, Remeslo costruisce un atto d’accusa articolato che parte dalla guerra in Ucraina, definita «senza via d’uscita» e responsabile, a suo dire, di «1-2 milioni di vittime». Il conflitto viene descritto come inutile per i cittadini russi e portato avanti per motivazioni personali legate al potere, più che per un reale interesse nazionale.

Il secondo fronte riguarda l’economia russa, che secondo l’ex fedelissimo è stata devastata da sanzioni, isolamento e perdita di partner commerciali. Risorse che, sostiene, avrebbero potuto essere investite in infrastrutture e servizi pubblici sono invece finite, nella sua ricostruzione, a rafforzare il sistema di potere attorno al presidente. A questo si aggiunge la denuncia della repressione mediatica e digitale, con social bloccati e un controllo sempre più stretto dell’informazione.

Il nodo del potere e le reazioni

Il cuore politico dell’attacco è però nel quarto punto: la permanenza al potere di Putin dal 1999, descritta come una deriva inevitabile verso la corruzione assoluta. Remeslo parla di un leader che non ascolta più i cittadini e che ha trasformato il rapporto diretto con la popolazione in una rappresentazione priva di contenuto reale.

Le reazioni in Russia non si sono fatte attendere. Secondo diverse ricostruzioni, l’ipotesi iniziale è stata quella di un hackeraggio o di un crollo psicologico. Un attacco così esplicito, da parte di una figura interna al sistema, è apparso a molti come qualcosa di “impossibile”. Tuttavia, è stato lo stesso Remeslo a smentire ogni dubbio, confermando in video la paternità del manifesto.

La conferma e l’escalation dello scontro

Nei giorni successivi, il blogger ha rilanciato, aggiungendo nuove accuse e parlando di una vera e propria ossessione per il lusso da parte del presidente, con residenze, mezzi e privilegi considerati incompatibili con la situazione del Paese. Ha inoltre criticato apertamente la gestione dei territori occupati e il peso economico della guerra.

Il passaggio più significativo è forse quello in cui afferma che Putin “non è il Paese”, rompendo una delle narrazioni centrali del sistema politico russo. Un messaggio che, sebbene isolato, apre una crepa simbolica: quando la critica arriva dall’interno, il problema non è più solo politico, ma riguarda la tenuta stessa del potere.

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