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Meloni chiama Macron: “L’Europa si muova all’Onu su Hormuz”. No a missioni militari, sì alla diplomazia

Pubblicato: 20/03/2026 07:30

Un appello diretto a Emmanuel Macron e una linea chiara: evitare l’escalation militare nello Stretto di Hormuz puntando su una cornice delle Nazioni Unite. È questo il cuore dell’intervento della presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che durante il confronto europeo ha delineato la posizione italiana sulla crisi in Medio Oriente.

Nel passaggio più significativo, la premier si è rivolta al presidente francese chiedendo quali siano i margini per ottenere dall’Onu un mandato per una missione multilaterale capace di garantire la libertà di navigazione nello stretto, oggi condizionata dalla reazione iraniana. Una missione – ha spiegato – che dovrebbe tutelare il passaggio delle navi dei Paesi non belligeranti, inclusi gli Stati europei e la Cina, attore strategico interessato a quella rotta commerciale.

La scelta non è casuale: la Francia è l’unico Paese dell’Unione europea con un seggio permanente nel Consiglio di sicurezza, e può quindi svolgere un ruolo decisivo nell’apertura di un’iniziativa internazionale.

La linea italiana, tuttavia, è improntata alla prudenza. Meloni teme che il documento firmato con Francia, Regno Unito, Germania, Olanda e Giappone possa essere interpretato come un passo verso un possibile intervento militare a sostegno degli Stati Uniti. Uno scenario che la premier considera politicamente rischioso e poco sostenibile sul piano interno.

Per questo ha voluto chiarire pubblicamente: «Nessuno pensa a una missione militare per forzare il blocco nello Stretto». L’obiettivo, ha spiegato, è piuttosto quello di offrire un contributo in una fase post-conflitto, con il consenso delle parti, per garantire la sicurezza dei traffici. Una posizione rafforzata anche dal ministro della Difesa Guido Crosetto, che ha invocato esplicitamente una cornice giuridica dell’Onu.

Meloni si muove quindi su un equilibrio delicato: da un lato non può rompere con Donald Trump, dall’altro fatica a seguirne una strategia percepita come poco chiara anche dalle intelligence europee. La stessa premier ha ammesso con i partner che non è evidente quale sia il possibile “punto di caduta” della crisi né cosa possa portare Washington a dichiarare conclusa l’operazione.

Da qui la necessità di una de-escalation, affidata soprattutto alla diplomazia europea. In questo senso, Meloni si è allineata alla richiesta di tregua avanzata da Macron, sottolineando che l’Europa può tentare di influenzare gli Stati Uniti e contemporaneamente contenere la reazione iraniana.

Sul tavolo restano anche le conseguenze geopolitiche più ampie. Il Libano rappresenta una delle principali preoccupazioni per Roma: un eventuale collasso del Paese sarebbe, secondo la premier, «disastroso», con il rischio di nuove ondate migratorie difficili da gestire. Non a caso, l’Italia ha già sollecitato un coordinamento europeo per affrontare possibili emergenze.

In pubblico, Meloni mantiene una linea di cautela strategica. In un recente intervento ha posto una domanda che sintetizza il dilemma occidentale: è più pericoloso intervenire oggi per fermare l’Iran nucleare o attendere il rischio di una minaccia futura? Una riflessione che evidenzia la complessità dello scenario e la difficoltà di prendere posizioni nette.

La bussola resta quella dell’equilibrio: evitare l’escalation, preservare l’alleanza occidentale e spingere per una soluzione multilaterale che rimetta al centro diritto internazionale e sicurezza globale.

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