
Le squadre antidrone ucraine sono entrate in azione nel Golfo, portando con sé l’esperienza accumulata in quattro anni di guerra contro la Russia e applicandola a uno scenario completamente diverso ma segnato dalla stessa minaccia: quella dei droni Shahed di origine iraniana. Secondo indiscrezioni, i team arrivati negli Emirati Arabi avrebbero già contribuito a intercettare i primi attacchi contro le installazioni petrolifere, dimostrando l’efficacia di sistemi a basso costo pensati per neutralizzare armi altrettanto economiche ma sempre più pervasive. Si tratta di una vera esportazione di competenze militari, che trasforma Kiev da teatro di guerra a laboratorio globale della difesa contro i droni.
Il trasferimento non è solo simbolico. Nonostante le dichiarazioni ufficiali di Zelensky, secondo cui gli ucraini non sarebbero stati coinvolti operativamente perché non in guerra con l’Iran, circa 201 tra militari e tecnici hanno raggiunto diversi Paesi del Golfo. Sarebbero almeno undici i governi che hanno chiesto supporto, nel tentativo di replicare il modello ucraino nella difesa contro i velivoli teleguidati. L’obiettivo è acquisire competenze nella localizzazione dei droni in vetroresina, difficili da individuare con i radar tradizionali, e costruire sistemi di difesa multilivello capaci di bloccare ogni incursione.
Difesa a basso costo contro la minaccia iraniana
Il nodo centrale è economico oltre che tecnologico. I sistemi utilizzati attualmente nei Paesi arabi, come i Patriot statunitensi, hanno costi elevatissimi, fino a tre milioni di dollari per missile, mentre gli attacchi iraniani si basano su droni a basso costo, lanciati in massa: finora sarebbero stati impiegati oltre 3.500 Shahed. Il modello ucraino ribalta questa logica, puntando su soluzioni molto più economiche, come i droni intercettori sviluppati a partire dal 2024, con un costo medio di circa 5.000 euro, o i sistemi di fuoco rapido che riescono a neutralizzare un bersaglio con poche raffiche dal costo inferiore ai 4.000 euro.
Tra le tecnologie più efficaci ci sono i cannoni antiaerei, utilizzati sia su piattaforme terrestri sia su velivoli come F16 e Mirage 2000, oltre ai sistemi Skynex, già impiegati in Ucraina e capaci di creare una barriera di schegge contro i droni in arrivo. I tecnici ucraini stanno addestrando le forze locali a utilizzare questi strumenti, puntando su rapidità, precisione e sostenibilità economica, in un contesto in cui la quantità degli attacchi rende insostenibile l’uso esclusivo di missili ad alto costo.
Il limite industriale e la corsa globale ai droni
Nonostante il vantaggio tattico, resta un problema strutturale: la produzione. In Europa le aziende attive nel settore sono ancora troppo piccole per soddisfare la domanda crescente dei Paesi del Golfo, che richiedono decine di migliaia di droni intercettori in tempi rapidi. A questo si aggiunge il vincolo legislativo ucraino che limita l’esportazione di materiali bellici, anche se molte aziende hanno già aperto filiali all’estero per aggirare le restrizioni.
Il risultato è che gli Stati del Golfo stanno guardando sempre più agli Stati Uniti, dove grandi aziende tecnologiche hanno sviluppato sistemi avanzati in collaborazione con Kiev. Tra queste spicca Project Eagle, fondata da Eric Schmidt, con il drone Merops già adottato dal Pentagono, e Anduril, guidata da Palmer Luckey, che offre soluzioni integrate per la difesa anti-drone. È la nascita di una nuova filiera militare legata alla Silicon Valley, che punta a dominare il mercato globale della difesa automatizzata.
In questo scenario, l’Ucraina tenta di trasformare il proprio svantaggio industriale in un’opportunità strategica, proponendo ai Paesi del Golfo la creazione di catene di montaggio locali basate su tecnologie ucraine. In cambio chiede investimenti e forniture militari, come i Mirage 2000 dismessi dal Qatar. Uno scambio che va oltre la cooperazione tecnica e che ridefinisce le alleanze: la guerra dei droni non è più confinata all’Europa orientale, ma si sta spostando al centro degli equilibri globali.


