Il referendum sulla giustizia si è chiuso con una batosta: ha vinto il “No”. E mentre la politica prova a metabolizzare il risultato (tra letture pro e contro per l’esecutivo e per l’Italia), a finire sotto i riflettori è anche il lato più “di pancia” del voto: quello che riguarda chi alle urne ci va… e chi no.
In questo clima, una voce televisiva amatissima torna a dire la sua senza filtri: Luciana Littizzetto. E lo fa con il suo stile inconfondibile, tra ironia, stoccate e frasi che restano impresse.
Affluenza e voglia di contare: il tema che accende il dibattito
Al di là delle interpretazioni politiche, c’è un dato che si impone: la affluenza significativa. Un segnale che racconta un Paese più presente del solito, almeno questa volta, su un appuntamento che ha fatto discutere.
Ed è proprio qui che si inserisce la “letterina” diventata virale: perché, più del merito tecnico della riforma, a colpire è stato il bersaglio scelto dalla comica torinese. Non i leader, non i partiti: gli astenuti.
Che tempo che fa, la letterina di Luciana Littizzetto
Nella puntata di domenica 22 marzo di Che tempo che fa sul NOVE, Littizzetto ha consegnato al pubblico la sua consueta letterina con un attacco serrato a chi, durante i giorni del voto, avrebbe scelto di restare a casa.
Il suo intervento non è rimasto nei confini della satira “leggera”: toni taglienti e riferimenti culturali hanno trasformato l’astensione in un tema di responsabilità personale. E, nel mirino, sono finiti gli “ignavi”, chiamati in causa con un rimando diretto a Dante Alighieri.
@la.repubblica La consueta letterina di Luciana Littizzetto, letta durante la trasmissione “Che tempo che fa” sul Nove, è dedicata a chi non vota al referendum sulla giustizia, che Littizzetto definisce con l’aggettivo usato da Dante Alighieri nella sua Commedia: “Ignavi”. Video Nove – Streaming ed episodi completi su Discovery+
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Referendum: l’appello di Littizzetto contro l’astensione
In un Paese dove il voto per consultazioni popolari come il referendum costituzionale del 2026 – incentrato su modifiche alla costituzione italiana e in particolare sul sistema giudiziario – è sempre un tema sensibile (anche se il quorum non è richiesto per la validità), la partecipazione resta un termometro politico e sociale.
Littizzetto, da par suo, ha trasformato quella distanza dalle urne in una reprimenda pubblica: “Caro ignavo, sua indolenza eminentissima, cugino primo dell’astenuto e parente alla lontana dell’assente ingiustificato. Tu che dici, non vado a votare, tanto per me sono tutti uguali.” Il riferimento agli “ignavi” della Divina Commedia è netto: non scegliere, nella sua visione, non è neutralità. È già una scelta.
Il voto come responsabilità civica e identità collettiva
Nel proseguo del monologo, la comica torinese sposta il discorso dal sarcasmo al significato più profondo dell’impegno democratico, senza perdere ritmo: “Io voto perché prima di esportare la democrazia in casa d’altri vorrei godermela in casa mia. Io voto perché per me non è un dovere ma un privilegio.”
È qui che il pezzo diventa quasi “lifestyle” in senso pieno: il voto come gesto che riguarda la quotidianità, la qualità della vita e il modo in cui ci si sente parte di una comunità. Littizzetto insiste sui riferimenti concreti, dall’opinione sui programmi tv alla pulizia dei servizi pubblici, per ribadire un punto semplice: la politica non è lontana, è dentro le piccole cose di ogni giorno.
Il personaggio e il contesto della satira civica
La pagina televisiva di Luciana Littizzetto è da anni un appuntamento fisso: un mix di comicità e osservazione sociale che spesso si incrocia con la politica, ma con un linguaggio accessibile al grande pubblico.
In questo caso, la sua satira si inserisce dentro un dibattito istituzionale che tocca il cuore del sistema democratico. Il referendum chiamava gli elettori a esprimersi su modifiche strutturali alla giustizia costituzionale, come la separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e requirenti e la creazione di organismi distinti per la magistratura. E la “letterina” finisce per dividere: tra chi applaude la spinta alla partecipazione e chi non gradisce i toni, resta una certezza — quando Littizzetto punta il dito, il silenzio dura poco.


