
Il dibattito sulle primarie del centrosinistra si intensifica, ma i dati raccontano una realtà più complessa e meno entusiasmante. Il sondaggio Only Numbers del 23-24 marzo evidenzia infatti un elemento decisivo: la disaffezione elettorale. Oltre la metà degli intervistati, il 51%, dichiara che non parteciperebbe al voto, mentre solo una minoranza si distribuisce tra i candidati e una quota del 7,5% resta indecisa. Più che una sfida tra nomi, emerge quindi un problema più profondo: la difficoltà di mobilitare un elettorato che appare distante e poco coinvolto.
Questo dato pesa più delle singole percentuali. Senza partecipazione, qualsiasi competizione interna rischia di perdere significato politico, trasformandosi in un passaggio percepito come lontano dal Paese reale. Il tema non è soltanto scegliere un leader, ma ricostruire un rapporto di fiducia tra elettori e proposta politica.
Conte in testa ma con consenso limitato

Tra coloro che invece si dichiarano pronti a votare, Giuseppe Conte risulta il candidato più forte con il 12,8% delle preferenze. Un vantaggio che si consolida anche nella dimensione del pronostico, dove è indicato come possibile vincitore dal 24,1% degli intervistati.
Non si tratta solo di numeri, ma di percezione. Conte viene visto come il profilo più competitivo in una eventuale sfida nazionale. È proprio questa capacità percepita di reggere il confronto a rafforzare la sua posizione, più ancora del consenso diretto. Tuttavia, il dato resta circoscritto a una platea ridotta, segno di una leadership ancora lontana dall’essere pienamente consolidata.
La crescita di Salis e le difficoltà di Schlein
A rendere il quadro meno lineare è la presenza della sindaca di Genova Silvia Salis, che supera Elly Schlein sia nelle intenzioni di voto, con il 9,8% contro l’8,4%, sia nella percezione di competitività contro Giorgia Meloni.
Il dato non rappresenta un’investitura politica, ma segnala una tendenza significativa. Una parte dell’elettorato sembra guardare con interesse a figure percepite come meno legate agli equilibri tradizionali dei partiti. È un segnale di ricerca di rinnovamento, più che una bocciatura della leadership esistente.
Schlein resta comunque centrale nel progetto politico del centrosinistra, ma fatica ancora a trasformare il lavoro di ricomposizione del campo progressista in consenso elettorale diretto. Una distanza che evidenzia un problema di riconoscibilità più che di legittimità.
Il vero nodo: chi può sfidare Meloni
La questione decisiva resta quella della competitività elettorale. Anche su questo fronte Conte è in vantaggio con il 19,2%, ma il dato più significativo è un altro: il 50,4% degli intervistati non sa indicare chi potrebbe battere Meloni.
È qui che emerge il punto centrale del sondaggio. Più che una leadership debole, si intravede un vuoto di convinzione diffuso. L’elettorato non sembra ancora riconoscere una figura capace di incarnare in modo chiaro un’alternativa di governo.
Nel complesso, tra astensione elevata, leadership percepite ma non consolidate e preferenze frammentate, il quadro invita alla cautela. Le primarie appaiono oggi come un tema discusso soprattutto ai vertici politici, mentre nel Paese faticano a diventare un appuntamento realmente sentito. Prima ancora di scegliere un leader, il centrosinistra deve capire come tornare a essere scelto.


