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Ecco come Viktor Orban è diventato il miglior amico di Putin in Europa

Pubblicato: 30/03/2026 17:44

C’è un’immagine che più di tutte racconta la traiettoria politica di Viktor Orbán. È il 1989, la Cortina di Ferro sta crollando e un giovane leader ungherese sale sul palco per chiedere il ritiro delle truppe sovietiche dal suo Paese. Tra chi assiste c’è Zsuzsanna Szelényi, allora membro della guardia d’onore per la risepoltura di Imre Nagy, simbolo della rivolta del 1956 contro Mosca.
Orbán, con parole che oggi suonano quasi paradossali, invoca la fine della dittatura comunista e la libertà per l’Ungheria. Nulla, in quel momento, lascia immaginare che quello stesso uomo sarebbe diventato, decenni dopo, il leader europeo più vicino al Cremlino.

Dalla rottura con Mosca all’alleanza con Putin

La trasformazione di Orbán non è avvenuta all’improvviso. Come sottolinea Szelényi, ex parlamentare del partito Fidesz, si è trattato di un processo graduale, fatto di passaggi successivi e coerenti tra loro. Da giovane leader liberale e anticomunista, Orbán si è progressivamente ridefinito come paladino dell’“illiberalismo”, fino a diventare uno degli interlocutori più affidabili per Vladimir Putin in Europa.

Nel contesto attuale, segnato dalla guerra in Ucraina e dalle tensioni tra Bruxelles e Mosca, il ruolo dell’Ungheria è diventato sempre più delicato. Budapest ha più volte frenato iniziative europee contro il Cremlino, come nel caso del blocco di importanti pacchetti finanziari destinati a Kiev, alimentando la percezione di una linea autonoma rispetto al resto dell’Unione.

La svolta politica negli anni ’90

Le radici di questa evoluzione affondano nei primi anni della democrazia ungherese. Dopo le elezioni del 1990, Orbán e Szelényi entrano in Parlamento come membri di Fidesz, allora un movimento liberal-centrista.

È in quel periodo che, secondo i suoi ex compagni di partito, emerge la cifra politica che accompagnerà Orbán per tutta la carriera: una forte concentrazione del potere e un’ambizione personale marcata.

Eletto leader del partito, Orbán consolida rapidamente il proprio controllo interno, marginalizzando le voci critiche. Nel 1994 compie la svolta decisiva, spostando Fidesz verso posizioni nazional-conservatrici. Una scelta che porta all’uscita di diversi esponenti storici, tra cui la stessa Szelényi. Da quel momento, partito e leader diventano una cosa sola.

Il ritorno al potere e la costruzione dello Stato illiberale

Dopo una prima esperienza da primo ministro tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000, Orbán trascorre anni all’opposizione, durante i quali affina una strategia politica aggressiva contro i governi in carica.

Il vero punto di svolta arriva nel 2010, quando torna al potere con una maggioranza solida. Da quel momento, avvia una profonda trasformazione istituzionale: modifica la Costituzione, ridisegna il sistema elettorale, riduce i contrappesi democratici e limita l’indipendenza dei media e della magistratura. L’obiettivo dichiarato è chiaro: non perdere più il controllo del Paese.

Il riavvicinamento alla Russia

Se la svolta ideologica è legata, secondo molti osservatori, all’ambizione politica, l’avvicinamento a Mosca segue una traiettoria più lenta ma altrettanto significativa.

Il momento chiave arriva nel 2014, quando Orbán firma un accordo con la Russia per l’espansione della centrale nucleare di Paks II, finanziata con un prestito russo. Non si tratta solo di una scelta economica, ma dell’inizio di una convergenza politica e strategica.

Pochi mesi dopo, Orbán definisce apertamente il modello di “stato illiberale”, citando tra gli esempi proprio la Russia di Putin. Una presa di posizione che segna una rottura netta con il suo passato politico, soprattutto considerando che solo pochi anni prima aveva definito la Russia un potenziale pericolo per i Paesi vicini.

Parallelamente, Budapest avvia la cosiddetta “apertura a est”, rafforzando i rapporti non solo con Mosca, ma anche con Cina e Turchia, nel tentativo di bilanciare il peso dell’Unione Europea.

Ambizione, potere e modelli politici: c’è anche Silvio Berlusconi

Secondo Péter Molnár, ex compagno di studi di Orbán, la chiave per comprendere questa evoluzione è la sua ambizione. “È sempre stato estremamente determinato”, ricorda, sottolineando come la ricerca del potere abbia guidato molte delle sue scelte.

Un’analisi condivisa anche dal giornalista Pál Dániel Rényi, che descrive Orbán come un leader affascinato dal potere in sé, più che da una specifica ideologia. In questa prospettiva, il passaggio dal liberalismo al conservatorismo non sarebbe stato un tradimento, ma una scelta strategica.

Orbán avrebbe individuato nello spazio politico della destra una maggiore libertà di manovra e un terreno più favorevole per costruire consenso.

Tra i modelli di riferimento, emerge anche quello di Silvio Berlusconi, da cui Orbán avrebbe mutuato alcuni elementi: la centralità del leader, il linguaggio diretto e la costruzione di un partito fortemente personalizzato.

Il rapporto con Bruxelles e la nuova narrazione politica

Il deterioramento dei rapporti con l’Unione Europea rappresenta un altro elemento chiave. Secondo alcuni osservatori vicini al governo ungherese, sarebbe stata proprio la crescente pressione di Bruxelles a spingere Orbán verso posizioni sempre più sovraniste.

La crisi migratoria del 2015 segna un ulteriore punto di rottura. La linea dura adottata da Budapest viene criticata a livello europeo, ma rafforza il consenso interno del leader ungherese.

Da quel momento, la narrazione politica di Orbán si consolida attorno all’idea di un Paese sotto pressione da potenze esterne. Un tempo era Mosca, oggi – nella sua visione – è Bruxelles.

Una trasformazione ancora al centro del dibattito

Non tutti, però, condividono l’idea che sia stato il contesto a cambiare Orbán. Per molti, è il leader stesso ad aver compiuto una trasformazione profonda.

Resta il fatto che il percorso politico di Orbán rappresenta uno dei cambiamenti più significativi nell’Europa post-Guerra fredda: da simbolo della lotta contro l’influenza sovietica a interlocutore privilegiato del Cremlino.

Una traiettoria che continua a interrogare l’Europa, soprattutto in un momento in cui i rapporti con la Russia restano uno dei nodi centrali della politica internazionale.

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